NAPOLEONE ALL'ELBA

                       PREFAZIONE

Mentre la bibliografia francese su Napoleone all'Elba è ricca e nutrita, quella italiana, a proposito delle stesse vicende, è scarsa o poco nota.
Le non molte pubblicazioni sull'argomento — Livi, Paoli, Foresi ed altri — sono ormai introvabili. Fa eccezione il pregevole volume del Mellini stampato di recente dall'editore Olschki. Ma si tratta di un'opera di carattere non divulgativo, riservata soprattutto agli studiosi.
Il nostro intento invece è stato quello di scrivere una cronaca retrospettiva fedele al massimo agli avvenimenti e aderente alle fonti documentarie. Una narrazione senza fronzoli, semplice e chiara destinata a chiunque intenda aver sommaria, ma non superficiale conoscenza di quella importante fase di storia elbana.
Giudicherà il lettore se siamo riusciti in quanto ci eravamo proposti.


                                                                                          LUIGI DE PASQUALI   1972
CAPITOLI 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11-12-13-14-15-16

 CAPITOLO I

L'ARRIVO


Alle ore 18,30 del 3 maggio 1814, la corvetta inglese Undaunted gettava le ancore nella rada di Portoferraio. A bordo dell'unità britannica era il nuovo signore dell'isola d'Elba: Napoleone Buonaparte, ex imperatore dei Francesi.
A seguito del trattato di Fontainebleau, l'Elba, con altre isole dell'Arcipelago Toscano, era costituita in principato ed assegnata come stato a Napoleone.
Giuseppe Ninci l'autore della « Storia dell'Isola dell'Elba », fu testimone oculare dell'avvenimento, di così importante arrivo e di questo ci dà, nel suo libro, un'entusiastica descrizione.
Abbiamo detto che intendiamo fare della cronaca retrospettiva. In conseguenza, dovremo appoggiarci, nel corso del nostro lavoro, a documenti ufficiali e alle testimonianze delle persone che « c'erano »...
Afferma il Ninci che gli abitanti dell'isola — 12.000 ne contava l'Elba in quell'epoca — avrebbero voluto fare grandi cose in onore del loro nuovo prestigioso sovrano: preparare archi di trionfo, mettere su grandiose luminarie, organizzare fastose parate. Il tempo però mancava, per la realizzazione di tali iniziative, poiché l'annunzio dell'arrivo di così importante personaggio aveva colto gli Elbani quasi di sorpresa.
D'altro lato l'imperatore che si era informato sulla situazione che chiameremo politica dell'isola, sapeva i suoi abitanti divisi in varie fazioni, fra le quali, non ultima, quella borbonica. La sosta dell'Undaunted in rada fu dettata forse dalla prudenza. Ma questa era fuor di posto, perché

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bastò la notizia dell'arrivo del nuovo sovrano a mettere fine a tutte le lotte intestine degli Elbani ed a riunirli compatti sotto la bandiera bianca con la banda diagonale rossa e adorna delle api d'oro — segno del lavoro — che Napoleone diede all'isola.
La sosta della quale abbiamo detto, suggeriva alla contessa d'Albany — in una lettera scritta a Ugo Foscolo il 31 maggio — le seguenti parole non scevre di una certa malignità tutta femminile: « Egli ha dimostrato, da quando è nella sua isola, di essere più vano che orgoglioso. Egli è rimasto dodici ore a bordo dell'Undaunted per dare il tempo di regolare il cerimoniale della sua entrata e del suo ricevimento ».
Le autorità civili, militari, giudiziarie ed ecclesiastiche alle quali erano affidate le sorti dell'Elba, nel tardo pomeriggio di quel memorabile 3 maggio, si recarono sulla nave inglese ad ossequiare il loro nuovo signore. E furono accolte dall'imperatore e dal suo seguito con affabilità e cortesia. Tornati a terra, sia il comandante la piazza forte, generale Dalesme sia il sottoprefetto Balbiani, fecero affiggere i manifesti dei quali riportiamo le parti di maggior rilievo: « Abitanti dell'Isola dell'Elba le vicende umane hanno condotto l'Imperatore Napoleone in mezzo di voi e la di lui propria scelta ve lo dà per sovrano. Avanti d'entrare nelle vostre mura, il vostro augusto e nuovo monarca mi ha indirizzato le seguenti parole: mi affretto a farvele conoscere perché sono esse il pegno della vostra felicità futura: Generale, io ho sacrificato i miei diritti agli interessi della patria e mi sono riservata la sovranità e proprietà dell'Isola d'Elba; a ciò hanno acconsentito tutte le potenze. Compiacetevi di far conoscere il nuovo stato di cose agli abitanti e la scelta che ho fatto della loro isola per mio soggiorno in considerazione della dolcezza dei loro costumi e del loro clima. Diteli che essi saranno l'oggetto del mio più vivo interesse ».

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Il manifesto del sottoprefetto: « Il più fausto avvenimento che potesse mai illustrare la storia dell'Isola dell'Elba si è realizzato quest'oggi.
L'augusto nostro sovrano l'Imperatore Napoleone è giunto fra noi. Date pure libero corso a quella gioia che inondar deve le anime vostre. Udite le prime memorabili parole che egli ha degnato di indirizzare a tutti voi parlando ai funzionari che vi rappresentano: « Io vi sarò buon padre siatemi voi buoni figli ».
Il 4 maggio, alle 15,30, Napoleone scendeva a terra. L'entusiasmo dell'intera popolazione dell'Elba non ebbe limiti. Da ogni parte dell'isola la gente era convenuta a Portoferraio, si era assiepata lungo la darsena, aveva affollato la vecchia città di Cosimo, come prima non era mai avvenuto. Tutti volevano vedere da vicino l'uomo che aveva dominato l'intera Europa e assumeva ora il governo dell' isola. Nelle abitazioni erano rimasti solo gli infermi.
Napoleone invece, nonostante le ripetute assicurazioni delle autorità locali, non era molto tranquillo. Brutto era stato il viaggio da Parigi al porto d'imbarco; a un certo punto per sfuggire all'ira della folla, la quale lo impiccava in effigie, nell'impossibilità di farlo realmente, aveva dovuto indossare un'uniforme militare straniera.
Lo sbarco avvenne al molo Elba (e non al molo Gallo, come altri ha scritto). L'imperatore era accompagnato dal generale Bertrand, dal generale Drouot, dai commissari degli alleati Koller — austriaco — Campbell — inglese, e dagli ufficiali della nave britannica.
Appena messo piede a terra Napoleone vide avvicinarsi il maire Traditi che, su un vassoio d'argento, gli offrì le chiavi della città. (In proposito si dice che, all'ultimo momento, in mancanza delle vere chiavi, inesistenti, fossero state prese quelle della cantina dello stesso maire e dorate con la porporina).

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Emozionato al massimo il Traditi si vide restituire le stesse chiavi: « Ve le affido — disse Napoleone — sono certo che le custodirete bene ».
Vicario generale del clero elbano era un sacerdote di origine còrsa, Giuseppe Filippo Arrighi, nominato dal vescovo di Ajaccio. Franco e disinvolto, l'ecclesiastico si sostituì al maire nell'indirizzo di saluto al grande ospite e gli fece quindi prender posto sotto un baldacchino ricamato in oro e sorretto da quattro robusti confratelli.
Intanto fra il crescente rumore della folla, si formava il corteo che percorrendo la piazza della Gran Guardia (oggi Piazza Cavour) e via San Giovanni (oggi via Vittorio Veneto) giungeva nella piazza d'Armi (oggi piazza della Repubblica) e infine al Duomo.
Louis Marchand, il cameriere di Napoleone (la fedeltà fatta persona come fu definito) così sintetizza in un suo libro di memorie quanto di seguito avvenne: « Nella chiesa parrocchiale venne officiato da Mons. Arrighi un solenne "Te Deum". Dopo la sacra funzione Sua Maestà si recò al Municipio in mezzo ad una folla desiderosa di vederlo; le finestre erano pavesate e tutti agitavano i fazzoletti in segno di allegria.
Arrivato al Municipio l'imperatore ricevette affabilmente tutte le persone che si presentarono. Era già una festa di famiglia. Egli incitò le autorità civili e religiose a mantenere l'ordine e la concordia.
Non era necessario: dal 28 aprile tutto era tornato alla normalità. Il generale Drouot fu nominato governatore dell'isola. Napoleone mise sul proprio cappello una coccarda con i colori che aveva adottato. I funzionari e la Guardia Nazionale lo imitarono ».

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CAPITOLO II

L'INSEDIAMENTO


Pare che la prima notte trascorsa dall'imperatore nel palazzo comunale, non fosse troppo tranquilla. La città era in festa; serenate, schiamazzi di gioia, stornellate contribuirono a non rendere piacevole il soggiorno nella « Biscotteria ». Tale era la denominazione dell'edificio (da taluni ancor oggi usata) perché, in antico, le stanze più basse erano state adibite a fabbrica di biscotti.
La mattina dopo Napoleone decretò di scegliere, quale sua abitazione, la casa dei Mulini, nome derivato da due mulini a vento siti nelle immediate vicinanze e ancor oggi visibili in certe vecchie stampe. La casa, fatta costruire nel 1724 dall'ultimo dei Medici, era stata ingrandita nel 1787 ed era divenuta sede, nel 1814, degli uffici del genio e dell'artiglieria. La trasformazione del modesto edificio, destinato a divenire dimora imperiale, avvenne con la massima celerità; i lavori di riattamento, diretti dall'architetto Bargigli, furono personalmente seguiti dallo stesso Napoleone.
Ci sembra opportuno, per la descrizione del posto dove è situata la Villa dei Mulini, riportare le parole del canonico Vincenzo Paoli, noto studioso delle cose napoleoniche elbane: « La posizione non poteva essere più felicemente scelta. Di fronte, Portoferraio, l'ampia rada, la spiaggia, i monti che la inghirlandano; a sinistra il canale di Piombino e le coste italiche; alle spalle il mare libero, ampio, sfumante a perdita d'occhio nel lontano orizzonte: ai due lati, vigilanti come due sentinelle in difesa dell'ospite glorioso, i due forti giudicati allora inespugnabili: la Stella e il Falcone. Oltre tutto questo, una pace, un silenzio solenne, una diffusa luminosità di cielo e di mare ».

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Quando giunse all'Elba Napoleone aveva quarantacinque anni. Piuttosto obeso doveva forse essergli salutare la fatica imposta da più di cento scalini a chi voglia, dalla zona pianeggiante della città, salire verso il forte Stella (ma certo più spesso l'imperatore avrà percorso a cavallo o in carrozza il più lungo, ma meno scomodo itinerario offerto dall'attuale via Guerrazzi, Salita Sebastiano Lambardi, Via del Carmine, via Victor Hugo).
Poco dopo la metà di maggio, Napoleone lasciò la scomoda sede del Municipio per stabilirsi nella nuova residenza. I lavori veri e propri proseguirono fino al 31 agosto. Originariamente non vi erano che due casette a due piani unite fra di loro da un edificio più basso costituito dal solo pianterreno. Napoleone fece elevare il pianterreno all'altezza dei due corpi maggiori per costruirvi una vasta sala. Attiguo alla casa sorse un altro grande locale al quale, pomposamente, fu dato il nome di teatro: Paolina, le sue dame di compagnia e gli ufficiali della guardia, in seguito, vi avrebbero organizzato rappresentazioni e serate danzanti.
Parte dell'abitazione era riservata, nelle intenzioni del grande esule, all'imperatrice Maria Luisa e al Re di Roma. Ma si sa, né l'una né l'altro vennero mai all'Elba. Davanti al mare, il giardino. Un giardino ben tenuto anche oggi, ricco di lauri, mirti, gerani, di alcune piante di rose: lo domina una palma annosa ed altissima. Il parapetto che guarda il mare è adorno dello stemma imperiale, opera, si è detto e si dice, di un noto artista dell'epoca. È situata nella parte più alta del giardino una vasca abbellita di una statua rappresentante Galatea, la ninfa marina invano amata da Polifemo.
L'originale del nudo, opera del Canova, per il quale posò Paolina, la bella sorella di Napoleone, si ammira attualmente nel museo di San Martino. La statua del giardino (e della quale abbiamo detto), è una copia, per altro magistralmente eseguita, del capolavoro canoviano, dovuta allo

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La Villa dei Mulini
(da una serigrafia originale di Cavin, 7 ottobre 1967)

 

scultore Gino Guarducci e posta in loco a cura della Sovraintendenza di Firenze nel 1942.
Nel giardino è anche una bella statua antica, in marmo, su base di granito, raffigurante Minerva, la dea della saggezza. Non è stata accertata la provenienza dell'opera. È solo noto che quando Napoleone fece della Villa dei Mulini la sua dimora, la statua c'era già. Dato che nei tempi più remoti quella che doveva divenire sede imperiale, era la dimora dei governatori dell'isola, si ritiene che uno di detti governatori, avesse voluto abbellire il giardino con la Minerva. Alcuni studiosi fanno risalire l'opera all'antica Grecia.
Pons de l'Hérault, altro testimone oculare (di cui si farà cenno in seguito) nel suo Souvenir de l'Ile d'Elba stampato a cura di Léon G. Pelissier nel 1897, così descrive il facile metodo che consentì a Napoleone di arredare gli appartamenti dei Mulini e, in seguito, quelli della casa di campagna a San Martino: « Occorrevano dei mobili e Napoleone non ne aveva. Fece però presto a togliersi di imbarazzo. A Piombino il palazzo imperiale che la sorella Elisa Baciocchi — granduchessa di Toscana— era stata costretta ad abbandonare, era ricco di mobili. Operai e militari si recarono sul posto e prelevarono quanto occorreva. Poco dopo il principe Borghese, dovendo lasciare Torino, fece spedire a Roma una quantità considerevole di mobili che gli appartenevano. Questi mobili furono imbarcati a Genova su un bastimento ligure.
Il cattivo tempo obbligò il bastimento a ripararsi nel porto di Longone e Napoleone, informato della cosa, non si diede neppure la pena di scegliere ciò che c'era di meglio e di buono: prese tutto. « Così restano in famiglia », egli disse. È proprio il caso di dire — aggiungiamo noi —che Dio vede e dove manca provvede. Peccato che di tanto mobilio di così rilevante valore storico, artistico e antiquario, sia rimasto poco o niente. Nel corso di più decenni

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preziosi arredi furono via via venduti a collezionisti, antiquari, privati per lo più non isolani e l'Elba perse quella importante raccolta. Comunque, a quel poco che era rimasto — per dare, sia alla villa dei Mulini che alla casa di San Martino, l'aspetto e il titolo di musei — furono di recente, aggiunti altri mobili pur sempre d'epoca e di autentico stile impero.
Fra le cose degne di particolare menzione, ancor oggi presenti nella Villa dei Mulini, ha una importanza particolare la biblioteca costituita dai libri che Napoleone, lasciando l'Elba, volle donare al comune di Portoferraio. Fra questi, preziosa e interessante, la raccolta del giornale « Le Moniteur » fonte storica documentaria di rilievo notevole, non facilmente reperibile in Italia. Ma va anche ricordato il busto in marmo di Napoleone giovane, opera di eccellente fattura dovuta allo scultore francese FranCois Rude. La scultura fa parte della collezione donata da Mario Foresi alla città di Portoferraio.

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CAPITOLO III

PONS DE L'HÉRAULT


Figura di spicco, di indiscutibile rilievo, quella di André Pons de l'Hérault, nella storia di Napoleone all'Elba.
Prima di entrare nel vivo delle vicende isolane nelle quali il Pons ebbe larga parte, vogliamo tracciare un breve profilo, riassumere in poche righe la vita di questo singolare personaggio.
Nato a Cette (oggi Sète) nel dipartimento dell'Hérault, nel sud della Francia, nel 1772, morì a Parigi nel 1858. Figlio di un modesto albergatore spagnolo che aveva sposato una francese, Pons, ancor prima dei vent'anni era capitano di cabotaggio. Coinvolto nei procellosi eventi dell' epoca in cui visse, fu successivamente ufficiale di marina, comandante d'artiglieria, prigioniero di stato, direttore di miniere, incaricato di missioni segrete, prefetto dell'impero e della monarchia di luglio, consigliere di stato della seconda repubblica.
Durante la rivoluzione francese fu fervente repubblicano e seguace di Robespierre, fieramente avverso a Napoleone che aveva conosciuto all'assedio di Tolone, sì che i primi contatti col grande córso all'Elba, furono alquanto riservati se non burrascosi. Non tardò però il Pons ad essere conquistato dal fascino dell'imperatore e a divenirne ben presto l'apprezzato confidente e il leale fiduciario. Fu, nell'avventura dei cento giorni, nominato prefetto del dipartimento del Rhòne. Le sue memorie, alle quali abbiamo accennato nel capitolo precedente, costituiscono la fonte forse più importante e certo più attendibile sul soggiorno di Napoleone all'Elba. Ad esse nel corso del nostro lavoro ci riferiremo assai spesso.

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TAV.  1
(Portoferraio - Giardino del Governatore a un'incisione di Fortier)

La mattina successiva al suo arrivo a Portoferraio, alle prime luci dell'alba, Napoleone saliva a cavallo e accompagnato dal generale Dalesme, dal suo medico personale Foureau de Beauregard, dal colonnello Campbell e altri si dirigeva per la via del Volterraio verso Rio Castello.
L'obiettivo principale della gita dell'imperatore nel riese, era evidentemente quello di visitare le miniere, dalle quali egli contava di ricavare i più consistenti introiti per le finanze del suo minuscolo regno.
Il percorso non doveva essere troppo agevole dato lo stato delle strade elbane a quei tempi. Tuttavia venne compiuto in meno di due ore, sì che dopo la sosta a Rio Castello (dove era stato accolto trionfalmente da tutta la popolazione con alla testa il sindaco Gualandi) Napoleone e la sua comitiva, verso le 8 erano già sulla strada di Rio Marina.
Le accoglienze di Rio Marina al grande ospite furono addirittura entusiastiche: archi di trionfo, caroselli di belle ragazze, bande musicali, grandi bandiere adorne delle api d'oro e dovunque coccarde bianco-rosse.
Napoleone era visibilmente commosso da tanta festa; felice addirittura era il Pons che, nel giro di poche ore, si era assiduamente adoperato perchè il ricevimento del nuovo sovrano dell'Elba fosse degno della gloria e della fama del personaggio.
Però, però... è proprio vero che non c'è rosa senza spine e l'antico proverbio casca bene poiché proprio di fiori si trattava. Il giardiniere che aveva addobbato la piazzetta antistante il Municipio, aveva improvvisato grandi aiuole ignorando che il giglio bianco era lo stemma dei Borboni e di gigli candidi era sorta una bella fiorita. Dice lo stesso Pons che era all'oscuro della cosa, nel suo citato libro: « Il parterre era ben fiorito, ma i gigli dominavano sugli altri fiori ed era quasi impossibile che il fatto sfuggisse all'imperatore. Soltanto se ne accorse un po' troppo. Egli si fermò

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e girandosi verso di me, indicandomi i gigli, disse sorridendo: « Eccoci alloggiati sotto buona insegna ». Il Pons continua confessando che il sorriso di Napoleone non gli sembrò di buon augurio. Poco dopo il suo amico generale Dalesme, piuttosto agitato, gli disse che l'imperatore gli aveva chiesto se il Pons era repubblicano: « L'ansia del generale — scrive il Pons — non mi spaventò. Calmai la sua agitazione affettuosa ».
Nel corso dei numerosi colloqui che si svolsero fra l'ospite e il direttore delle miniere, non mancarono disaccordi, punti di vista diversi. Napoleone nel frattempo aveva assunto tutte le informazioni che gli occorrevano a proposito delle miniere, della marineria riese, della produzione agricola di quel settore. Di ogni cosa si era occupato in questa sua prima visita nei paesi minerari elbani ed era stato costretto a ricorrere per le varie informazioni al Pons medesimo che più e meglio di ogni altro poteva metterlo al corrente di ciò che gli interessava. Suo malgrado l'imperatore dovette apprezzare la dirittura morale, il carattere, la fierezza del figlio dell'albergatore spagnolo, se arrivato il momento del ritorno a Portoferraio, gli occhi d'aquila si erano fatti meno oscuri « quasi sereni » — come disse qualcuno — con grande gioia dell'amico ed estimatore del Pons, il generale Dalesme.
La giornata del 5 maggio, si concluse per la famiglia Pons con l'inattesa visita del generale Drouot. (L'aveva mandato il sovrano dell'Elba?). Il Drouot era venuto a pregare il Pons di restare al suo posto di direttore delle miniere. Avutane risposta affermativa, trasse un sospiro di sollievo. Prima di congedarsi il generale, indirizzandosi alla padrona di casa, pronunziò queste parole: « Signora, voi vivete patriarcalmente e, se me lo permettete, io verrò spesso ad essere testimonio delle vostre abitudini familiari ». Da allora — aggiuns il Pons — la nostra intimità fu stabilita ».

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Appendice al terzo capitolo

Ci sembra che nei primi tre capitoli di questo nostro lavoro, l'attività dell'imperatore all'Elba, nei giorni 4 e 5 maggio, sulla scorta di testimoni oculari quali il Pons de l'Hérault, il Ninci e il Marchand, sia registrata ora per ora. Assolutamente inattendibile perciò, il libercolo stampato in lingua francese a Torino « presso la vedova Pomba e figli librai », che presenta al pubblico, la « costituzione data da Napoleone ai suoi sudditi ». L'opuscolo è gabellato come traduzione del « pezzo officiale stampato in lingua italiana a Livorno ».
Preceduta da un proclama ampolloso, e non certo di stile napoleonico, la falsa costituzione si articola in quarantaquattro paragrafi e si chiude con una dichiarazione del sovrano annunziante la confisca dei beni ai nemici del nuovo regime! Non solo, ma è datata 4 maggio 1814.
Si tratta, è chiaro, di un falso, e come tale è classificato dagli studiosi delle cose napoleoniche.
A riprova della falsità dell'opuscolo basti dire che vi è riportata come data di nascita di Napoleone il 5 febbraio 1768 anziché il 15 agosto 1769.

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CAPITOLO IV

L'ORDINAMENTO MILITARE


Le forze militari di cui disponeva Napoleone all'Elba non erano certo poderose. Tuttavia arrivavano a costituire un esercito, sia pure modesto.
Diamo un rapido elenco, cominciando dalla flotta. Nove bastimenti e cioè « l'Incostant », la « Carolina », « l'Ape », la « Mosca », la « Stella », l'« Usher », tre imbarcazioni più piccole e altri otto battelli mediani. 125 uomini in totale formavano gli equipaggi dei mezzi navali suddetti. Erano questi uomini preparati e istruiti alle cose marittime da 20 marinai della Guardia napoleonica.
Comandava il reparto marina il tenente di Vascello Taillade, presentato da vari studiosi, a cominciare dal Masson, come un ignorante per niente pratico del mare, pieno di se stesso e poco sicuro ». La nave ammiraglia era l'« Incostant », un brik, o per dirla all'italiana, un brigantino di poco più di 100 tonnellate di stazza, armato di 16 cannoni.
Le forze di terra, stando al trattato di Fontainebleau (articolo 17) dovevano consistere in 400 uomini fra volontari, ufficiali, sottufficiali e soldati. Non fu però soltanto di 400 uomini l'esercito di Napoleone all'Elba. Disponiamo in proposito di dati precisi. Infatti il « carceriere » dell'imperatore, cioè il colonnello Campbell, allegò alle sue memorie una relazione circostanziata seguita da un elenco delle forze militari napoleoniche all'Elba. Queste comprendevano: un battaglione carso (400 uomini); un battaglione elbano (400 uomini); granatieri e cacciatori della Guardia (472); marinai della Guardia (20); cannonieri della Guardia (28); ufficiali e sottufficiali della Guardia (122); caval-
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leggeri polacchi (84); mamelouks (4); guardiani italiani e córsi (50).
Governatore militare dell'Elba era il generale Drouot; facevano parte dello stato maggiore i generali francesi Bertrand e Cambronne, il generale polacco Jerzmanowski e il tenente di vascello Taillade.
La Guardia napoleonica era giunta a Portoferraio il 26 maggio e quel giorno l'imperatore non nascose la sua gioia: l'abbraccio con Cambronne e le cordialità con gli uomini che gli si stringevano intorno ne furono la prova palese.
In conclusione le forze militari di cui Napoleone disponeva assommavano a 1647 uomini. Ancor prima di averne la piena e totale disponibilità, l'imperatore volle prendere possesso dell'isola di Pianosa e dell'isolotto di Palmaiola. Pare che il trattato di Fontainebleau non prevedesse tali occupazioni, sì che il colonnello Campbell non trovò di suo gusto la cosa, ma in presenza di Napoleone non aprì bocca.
Così il 19 maggio il sovrano dell'Elba si recò a Marina di Campo e prese imbarco col suo seguito sulla speronara
1 « Carolina » comandata dal capitano Galanti, valente ed esperto uomo di mare. Il tempo non era vòlto al bello. Il Galanti era preoccupato, lo stato del mare era tutt'altro che rassicurante. Un timido accenno dello stesso comandante dell'opportunità di non continuare il viaggio, non fu accolto perché l'imperatore ordinò di tirar diritto. Arrivati come Dio volle a Pianosa, l'imperatore fece presto a rendersi conto, percorrendo a cavallo i 10 chilometri quadrati della isola, dell'importanza della medesima agli effetti strategici. Né, a quanto pare, trascurò l'idea di un possibile sfruttamento delle risorse agricole offerte dall'isola. L'ispe-
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      1Imbarcazione a vela o a remi senza coperta

zione imperiale fu completa e minuziosa, e non valsero a fermar l'imperatore il vento e i rovesci d'acqua di quella giornata inclemente.
Le passeggiate marittime all'antica Planasia divennero frequenti. Una prova di questi viaggi ce la diedero, alcuni anni or sono, i giornali pubblicando la notizia che segue, datata da Parigi: « Un cappello che appartenne a Napoleone è stato aggiudicato per 5.000 franchi (poco meno di 6 milioni di lire) nel corso di una vendita all'asta svoltasi ieri sera al Palais Galliera. All'interno del cappello era cucita una pergamena contrassegnata dal timbro del ciambellano imperiale e recante il seguente testo: « Il 20 settembre 1814 l'imperatore stava tornando da un'escursione all'isola di Pianosa a bordo del battello « Husher » quando un colpo di vento gli gettò il cappello in mare. Ripescato e divenuto inutilizzabile, essendo già molto usato, il copricapo fu disdegnato dall'imperatore, il quale ne fece dono al sottoscritto che lo cedette il 1° giugno 1815 al signor Nencio (per ricompensa di un grande servizio) ». Il signor Nencio era certo il nostro Giuseppe Ninci.
La presa di possesso dell'isolotto di Palmaiola, scoglio di modeste proporzioni, da parte di Napoleone, avvenne cinque giorni dopo la prima visita all'isola di Pianosa: il 31 maggio. Tali conquiste dell'uomo che aveva dominato l'Europa facevano forse sorridere l'austriaco Koller e l'inglese Campbell, preoccupandoli nello stesso tempo. Il baronetto inglese arrivò fino a dire, magari a denti stretti: «Tanto lavora per noi». Parole che potrebbero avvalorare la tesi sostenuta da alcuni studiosi di quel periodo, che la scelta dell'Elba, da parte delle potenze interessate per relegare « l'orco carso », fosse provvisoria e implicasse la recondita riserva di trasferire il grande caduto, prima o dopo, in una terra lontana.
Per completare il quadro delle forze militari organizzate nel piccolo regno napoleonico aggiungeremo che queste

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forze avevano in dotazione 80 cavalli. Degno di nota che il fatto che con Napoleone erano giunte all'Elba le prime carrozze: 8 in tutto.
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CAPITOLO V

ORDINAMENTO CIVILE E FINANZIARIO


Nel giro di pochi giorni l'ordinamento politico, civile e amministrativo fu completato. Napoleone non voleva essere definito il « sovrano » dell'Elba, perchè diceva che sarebbe stato un re da operetta.
Però la corte che creò era veramente tale: consiglieri di stato, ministri, governatore, aiutanti di campo, ciambellani, personale dell'intendenza, della polizia, delle amministrazioni comunali, delle finanze e l'elenco potrebbe continuare. Nè la corte era priva di una bene articolata etichetta: per essere ammessi alla presenza dell'imperatore bisognava passare attraverso una trafila di ufficiali e di segretari.
L'ordinamento civile e specialmente quello militare, comportava delle spese non indifferenti. La somma di denaro che Napoleone aveva portato con sè dalla Francia, unita ad altre recuperate dal suo fidatissimo tesoriere, il Peyrusse, a conti fatti e detratte talune perdite dovute a furti subiti, ammontava complessivamente a 3.811.615 franchi e 53 centesimi. Nella cassa comunale di Portoferraio erano appena 3.547 franchi. Si parlò di una certa avarizia dell'imperatore, ma a questo proposito, il Paoli, nel suo libro, già da noi citato, opportunamente rileva: « Nessuno dà ciò che non ha. All'Elba Napoleone non ne aveva quindi non poteva largheggiare. La più rigida economia gli si imponeva come un imperioso dovere, una legge di vita. Il suo bilancio era di oltre un milione all'anno: le rendite dell'Elba, tutto sommato, superavano di poco i trecentomila franchi. Se Napoleone non avesse dopo i primi mesi, stretto i freni, ridotte le spese, avrebbe dovuto entro

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breve tempo licenziare la Guardia, disfare degli equipaggi, smettere ogni pompa necessaria al suo decoro, scendere alle condizioni di un modesto privato. Ora, a questo estremo, Napoleone né poteva né voleva ridursi. Molto più che egli doveva, per la sicurezza sua e dell'Elba, mantenere una sia pur minuscola flotta ed un piccolo esercito ».
Il trattato di Fontainebleau, nella seconda parte del 6° paragrafo, prevedeva per l'imperatore esiliato « un reddito annuo di due milioni di franchi in rendita nel gran libro di Francia ». Ma Napoleone sapeva che la bella somma di franchi sarebbe rimasta solo sulla carta del trattato. Come avvenne.
Lunghi e ripetuti furono i colloqui dell'esule col Peyrusse per la questione denaro. Dice un vecchio adagio « Dal campo deve uscir la fossa ». Era l'isola, è chiaro, che doveva portare un notevole contributo alle anemiche finanze del minuscolo regno napoleonico.
La prima voce in capitolo era costituita dalle miniere. Ricorderemo che il giorno dopo il suo arrivo, l'imperatore era già sul posto... Sotto l'oculata direzione del Pons l'escavazione del minerale aveva dato buoni risultati. Le miniere appartenevano alla « Legione d'Onore », quindi al governo di Francia e il Pons, a nome di questo, ne curava l'amministrazione.
Sotto il governo della granduchessa Elisa Bonaparte, detta la Baciocca, signora di Piombino, e specie dopo il suo abbandono di questa città, le miniere erano state oggetto di ingordigia da parte degli Inglesi e degli Spagnoli padroni, in alterne vicende, di parte dell'isola.
L'Elba era bloccata e non c'era modo di raggiungere la Francia. Tutto questo fino all'arrivo di Napoleone e della sua sovranità sull'isola. Pons de l'Hérault, durante la sua gestione amministrativa, aveva accumulato una certa somma che teneva a disposizione del competente ministero francese. Si trattava di oltre 200.000 franchi; cifra allora
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non trascurabile. Per salvare il gruzzolo dalle mire della granduchessa prima e degli altri dopo, il saggio amministratore aveva fatto miracoli, riuscendo anche a far credere che le miniere fossero oberate di debiti e superlativamente passive. Egli, naturalmente, aveva informato il cancelliere del governo francese del suo operato e delle sue intenzioni di raggiungere la Francia non appena fosse stato possibile. « Allora — scrive lo stesso Pons — non dubitavo di rientrare dai Borboni. E nemmeno fui troppo rassicurato per l'inatteso arrivo di Napoleone il mio spirito era imbevuto della sua onnipotenza dispotica ». Intanto, per non sbagliare, egli stesso ce lo dice, mise i registri in luogo sicuro ed a lui solo noto.
In seguito fidandosi dell'amicizia, ormai intima, col generale Drouot, il Pons mise il nuovo padrone delle miniere al corrente della situazione amministrativa e del denaro che aveva messo in salvo. (Ma non lo fece perché si risapesse in alto loco?). Il Drouot forse pensando come noi che la cosa fosse stata portata a sua conoscenza perché giungesse agli orecchi dell'imperatore si affrettò a riferire. Napoleone, ed era da prevedere, decretò senza perder tempo, che la somma ricavata dalla vendita del minerale elbano, dovesse passare nelle mani del tesoriere Peyrusse e di conseguenza nelle casse dell'economato napoleonico.
Il Pons non era, però, di questo avviso. Egli riteneva il denaro accantonato, di proprietà esclusiva del governo di Francia cui, volere o non volere, le miniere elbane appartenevano. Fieramente perciò si oppose alla decisione presa da Napoleone.
Ci vollero alcuni mesi prima che il figlio dell'albergatore spagnolo entrasse nell'ordine di idee di passare l'ormai famoso argent al tesoriere imperiale. Il braccio di ferro, fra l'imperatore e il bravo amministratore delle miniere, si concluse, e non poteva essere diversamente, con la vittoria del più forte. Non erano certo mancate durante il periodo

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dell'impari lotta, minacce e blandizie complimenti e rabbuffi.
« Pons, però, — scrive Vico Mantegazza in un suo interessante libro — quando seppe che il Gran Cancelliere della Legione d'Onore Lacèpede era stato sostituito col nuovo regime da un abate, sentì di non aver più gli stessi vincoli con l'istituzione. D'altra parte l'imperatore giuridicamente sosteneva che essendo stata ceduta a lui l'Elba in tutta sovranità, con tutto quanto vi era, ed essendo la Legion d'onore una emanazione del governo, tutto quanto apparteneva all'Elba dovesse entrare in suo possesso.
Il Pons finì per cedere scrivendo all'imperatore una nobilissima lettera. L'imperatore trovò modo di dirgli che lo zelo col quale aveva difeso interessi a lui affidati, malgrado le contestazioni che vi erano state, gli aveva procurato la sua piena fiducia. Il Pons fu così completamente conquistato e diventò un suo devoto e fedele servitore ».

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CAPITOLO VI

SAN MARTINO

Napoleone amava percorrere l'Elba a cavallo. In casa, cioè alla Villa dei Mulini, ci stava poco. In una delle sue passeggiate giunse, un giorno, verso la fine di maggio, nella vallata di San Martino, località distante sei chilometri da Portoferraio. Scrive il Mellini nel suo libro L'isola d'Elba durante il governo di Napoleone: « Nelle prime escursioni nei dintorni di Portoferraio l'imperatore, vista quella vallata ricca di boschi, di vigneti, di acque potabili, sparsa di agresti abituri popolati da agricoltori dai costumi ospitali e gentili, e notata quella casetta così ben collocata che sembrava offrire un asilo di pace e di tranquillità, si propose di porvi stanza e di acquistare la casetta, la vigna e i boschi che le facevano corona ».
Napoleone non era uomo da « ripensarci su ». Dopo pochi giorni della passeggiata a San Martino, ordinò al dottor Cristino Lapi, che dal 26 maggio era direttore del demanio dell'Elba, di fare l'acquisto della tenuta.
Il Lapi incaricò delle trattative Vincenzo Foresi, un portoferraiese ben visto da Napoleone perché uomo facoltoso, generoso e abile negli affari. Le trattative giunsero ben presto a conclusione. Il prezzo richiesto per la casetta e il terreno dal proprietario, il tenente Giuseppe Manganaro, discendente da distinta famiglia elbana, era piuttosto rilevante: 41.539 franchi. Una cifra ragguardevole nel 1814. Al Foresi, questa richiesta, sembrò eccessiva, ma l'imperatore, che in cuor suo covava il disegno di fare di San Martino il nido d'amore per la sua austriaca sposa, tagliò corto agli indugi del Foresi e il notaio Pasquale Lambardi rogava il regolare contratto di vendita e acquisto.
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Contribuì alla spesa la sorella dell'imperatore, Paolina Borghese, che allo scopo pare vendette alcuni suoi brillanti.
Riportiamo da un opuscolo del Giuliani Dupont, che nella seconda metà dell'ottocento fu proprietario della tenuta di San Martino, la descrizione che segue « Questa piccola casa d'aspetto calmo, di contorni pittoreschi, perduta nell'immensità di un luogo agreste, fu certamente la dimora preferita, il ritiro prescelto dall'imperatore nel 1814.
Essa occupa il centro di una tenuta conosciuta col nome di San Martino.
Questa tenuta si estende sulla pendice di un maestoso cerchio di montagne. Una ridente vallata è aperta a levante e discendendo verso il mare lascia scorgere a poca distanza la baia di Portoferraio, città capitale dell'isola fabbricata sopra una roccia staccata che è quasi un'altra isola, alla quale fanno da corona le imponenti fortificazioni medicee. Nel fondo della grande baia si delineano i monti della catena di Rio, che fornivano il ferro fin dai tempi più remoti.
Attratto dalla bellezza non comune del luogo, dalla sua situazione appartata e nello stesso tempo vicina alla città, Napoleone comprò San Martino. Non esisteva allora in quella tenuta altra costruzione che una casa quasi rovinata, abitata dal fattore che amministrava quei terreni, e un vasto magazzino per conservare i vini. Questo magazzino situato in luogo culminante di una veduta meravigliosa fu convertito, sotto la direzione immediata dell'imperatore, in una modesta, ma tranquilla casa di abitazione, che divenne il suo soggiorno preferito e la sua prediletta passeggiata per tutto il tempo che restò a Portoferraio ».
Anche la nuova residenza sorse con la massima celerità. Trattandosi di un fabbricato già esistente il lavoro fu limitato all'opera di trasformazione e adattamento. Lo stesso imperatore seguiva, dirigeva, ordinava (e chi si sarebbe permesso di non ubbidirgli?) i lavori come voleva. Furono aper-
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te delle finestre e costruita una terrazza sopra un piccolo giardino. La casa si componeva di due piani il primo dei quali aveva l'ingresso dalla terrazza, mentre il piano superiore aveva l'entrata sul piazzale e vi si poteva accedere con le carrozze.
Cucina, dispensa e guardaroba erano così piccole « che sembrava davvero — afferma il Dupont — dovessero servire a un'umile famiglia piuttosto che a un imperatore, benché in esilio ». Altre stanze dell'abitazione: il bagno con una vasca centrale, la sala egiziana, così detta per i dipinti ispirati alla spedizione di Egitto, la sala col medaglione, ovvero un affresco rappresentante due colombi legati allo stesso nastro, il nodo del quale doveva restringersi sempre di più via via che i piccioni si allontanavano. Questo dipinto è stato interpretato, non sappiamo se a torto o a ragione, come simbolo dell'amore fra l'imperatore e Maria Luisa d'Austria che, pur lontani l'uno dall'altra, erano uniti come i colombi dal nastro. Due camere comunicanti fra loro ospitavano il gran maresciallo Bertrand e il generale Drouot. La camera dell'imperatore era decorata con api d'oro e stelle della Legion d'onore. Dietro questa una stanza di servizio assegnata al fido cameriere Marchand. A fianco della sala egiziana vi era un'altra modesta stanza dove erano raccolti i libri che piacquero a Napoleone.
Niente di eccezionale dunque nella napoleonica casa di campagna ed evidente il contrasto della stessa con le costruzioni che in seguito vi furono aggiunte.
Aprendo come una parentesi nel racconto dei fatti di quei celebri trecento giorni, riassumiamo perché ci sembra veramente interessante, la storia della tenuta di San Martino dal 1815 ad oggi.
Fu nel 1851 che il principe Anatolio Demidoff acquistò dagli eredi di Napoleone la storica tenuta. Volendo rendere omaggio al grande corso, il Demidoff ideò di costruire,
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proseguendo la terrazza e lasciando intatta l'abitazione dell'imperatore, un grande edificio, dove raccogliere i cimeli napoleonici consistenti in armi, libri, gioielli, quadri, abiti dell'epoca, stampe, statue ed altre cose attinenti a quel periodo imperiale. Egli stesso (era un lontano parente del Buonaparte) possedeva molti degli oggetti necessari alla formazione del museo e facile fu per lui procurarsene altri e di non poco valore.
Sorgeva così sotto la direzione dell'architetto Niccolò Matas, il museo, un edificio d'ordine dorico, imponente, costruito in gran parte con la pietra dell'Elba detta granito giallo.
Purtroppo la bella raccolta del principe russo non doveva restare per molto tempo a San Martino. A questo punto cediamo la parola a Vico Mantegazza, che nel suo libro scrive: « Morto nel 1872 il Demidoff che con tanta larghezza aveva speso per costituire quel museo, il nipote Paolo — il principe Malachita come lo chiamavano per le sue ricchezze e le miniere di malachite in Siberia — il quale non aveva la geniale cultura dello zio ed era invece un mezzo alcolizzato, per parecchio tempo non si ricordò nemmeno di avere quella proprietà e non se ne occupò.
Un giorno ebbe l'idea di recarsi a San Martino. A quell'epoca non vi era servizio regolare fra l'isola e il continente. Ci si veniva a vela. Il Demidoff noleggiò un vaporetto sul quale prese imbarco con lui un certo numero di invitati. Sfortuna volle che, per il mare cattivo, il principe e la sua comitiva rimanessero per qualche giorno sequestrati a Piombino non potendo fare la traversata. Indispettito, Malachita, ritornò a Firenze e diede l'ordine di imballare e mandare ogni cosa a San Donato dove tutto fu venduto all'asta. E' inutile — diceva — avere una proprietà dove non si può andare.
Poco dopo vendette anche la tenuta o, salvo errore,
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la permutò con un signore di Pratolino con una tenuta di caccia ».
Dopo essere passata fra le mani di vari padroni e dopo aver subito l'oltraggio della costruzione di una fattoria in uno stile non classificabile e che stona con tutto il resto, la bella tenuta dall'importanza storica non comune, è oggi proprietà del governo e — giustamente — monumento nazionale. Come per la Villa dei Mulini si è cercato di riorganizzarla quale museo e arricchirla di oggetti dell'epoca.
Nella galleria principale è esposta parte della raccolta di opere d'arte donate da Mario Foresi, nel 1927, al comune di Portoferraio.
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Il « maire » Traditi consegna le chiavi all'imperatore (stampa dell'epoca)

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CAPITOLO VII

ATTIVITÀ E LAVORI


Napoleone non era un uomo da stare, come suol dirsi, con le mani in mano. Infatti non appena arrivato all'Elba iniziò lo studio dei problemi, delle necessità più urgenti che la riguardavano. Problemi industriali, marittimi, della viabilità e, come abbiamo detto nei precedenti capitoli, minerari. Allo scopo si circondò di ingegneri, architetti, esperti delle varie materie, interrogando, ascoltando, tracciando disegni e appunti sopra appunti per finir poi, come sempre, col far tutto come a lui piaceva.
L'opera principale, legata a quel breve regno, fu e rimane quella delle strade. La viabilità isolana era, a quell'epoca, veramente disastrosa. Con le carrozze, uscendo dalla porta a mare o dalla porta a terra, si faceva ben poco cammino. Fu aperta, in quei giorni, la strada per Porto Azzurro (allora Longone) furono iniziati i lavori per la strada di Lacona, bellissima località dove si poteva giungere, come nella maggior parte delle campagne elbane, solo a dorso d'asino.
A proposito dei lavori per Lacona pare che questi, a un certo momento, dovessero essere sospesi perché i fondi occorrevano per portare a termine la residenza di campagna. Fu fatto osservare, dicono gli storici, all'imperatore che non era giusto lasciare a metà un'opera stradale. Napoleone sembra rispondesse in brevi e secchi termini, che la strada di Lacona poteva attendere, la casa di San Martino, no. (Ricordiamo che egli accarezzava nel suo pensiero, l'idea del nido d'amore per la bella e giovane moglie alla quale scriveva lettere ardenti d'affetto e di spasmodica attesa).
La competenza dimostrata da Napoleone nei lavori che

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venivano eseguiti all'isola, sorprendeva tutti ed in particolare gli esperti, i competenti: Egli si intendeva di tutto; ogni sua osservazione non era mai campata in aria; alcune opere eseguite senza la sua presenza, dovettero essere disfatte a spron battuto e ricostruite come lui aveva detto. Una volta compiute secondo i suoi suggerimenti, non c'era che arrendersi all'evidenza e riconoscere che, ancora una volta, il vincitore era lui: Napoleone.
Uno scacco però, almeno secondo un notissimo aneddoto, fu subìto dall'imperatore. Sembra che un giorno mentre si recava a Lacona, vedesse un contadino intento ad arare il proprio campo. Avvicinatosi si fece affidare le guide dei buoi e provò ad arare. Ma i buoi spezzarono il giogo e fuggirono. L'episodio è ricordato da un'epigrafe, dettata da Mario Foresi e che, ancora oggi, si legge sulla facciata di una casa colonica: « Napoleone il grande - qui passando nel MDCCCXIV - tolto nel campo adiacente l'aratro a un contadino - provava egli stesso ad arare - ma i bovi ribelli a quelle mani - che pur seppero infrenare l'Europa - precipitosamente - fuggivano dal solco ».
Sempre a proposito della viabilità l'imperatore, accogliendo la proposta del Galeazzini, un barone commissario francese all'Elba, fece proseguire i lavori della strada carrozzabile Portoferraio-Marciana, già iniziata dallo stesso Galeazzini nel 1809. L'opera interessava vivamente Napoleone il quale, desiderando che fosse portata a termine in breve tempo, ogni giorno voleva essere informato sullo stato dei lavori. Richiese anche uno studio per prolungare la strada da Longone a Rio ripromettendosi inoltre, di aprire al più presto anche quella di Marina di Campo. « Senza strade non v'è civiltà », egli affermava, « e solo con queste è possibile la difesa dell'Elba da ogni attacco ». Restando nel campo dell'attività febbrile lavorativa del grande esule, bisognerà ricordare i suoi progetti di dighe e di ponti, di piani industriali e naturalmente sottolineare l'eccezionale
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interesse dimostrato da Napoleone per la difesa dell'isola: controllo delle fortezze medicee, che ebbe la fortuna di trovare intatte, nuovi e strategici piazzamenti di cannoni, costruzioni rapide di casermette per l'artiglieria ed altre iniziative di carattere militare. Sono anche note le sue raccomandazioni per l'incremento dei vigneti. Era un argomento questo, sul quale tornava spesso e volentieri. Non per niente sosteneva che gli abitanti dell'isola d'Elba erano forti e sani perché il vino della loro terra dava forza e salute.
I compiti dell'imperatore non finivano con l'attività limitata ai lavori resi urgenti dalle necessità locali, ma volle interessarsi anche della salute pubblica e perfino dei divertimenti dei suoi sudditi elbani. Ben calzava quindi la sua frase « Siatemi buoni figli, vi sarò buon padre ».
Nel 1814 esistevano in Portoferraio due ospedali: uno militare, che si trovava in via Demidoff (allora via San Cristino, oggi via Roma) l'altro civile nel tratto della via del Carmine (oggi via Victor Hugo); Napoleone ritenne inutile questa divisione. Riunì perciò militari e civili in via del Carmine. La direzione dell'ospedale fu affidata al medico personale dell'imperatore. I letti per gli ammalati del paese erano in numero di nove. Fu anche istituito un lazzaretto nei pressi di San Rocco, oltre quindi il fosso del ponticello. Inoltre furono dettate norme di igiene e di pulizia particolarmente utili per gli abitanti isolani di quei tempi.
Un altro argomento sul quale mette conto di soffermarsi riguarda i divertimenti. Abbiamo già detto che nel complesso della « residenza imperiale », leggi Villa dei Mulini, si era trovato il modo di costruire una sala di una certa capienza, atta a rappresentazioni, serate danzanti, concerti, ricevimenti di corte e riunioni. Ben presto, però, per le richieste sempre più pressanti di cittadini che ambivano all'onore di partecipare agli avvenimenti napo-
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leonici più o meno mondani, sorse la necessità di dotare Portoferraio di un teatro degno di questo nome.
Nei pressi dell'ospedale esisteva una chiesa sconsacrata da tempo al culto: la chiesa del Carmine, nome derivato dalla vicinanza della chiesa con la strada del Carmine, la quale porta ancora l'antico nome. L'ex tempio era ormai adibito a magazzino militare. Quando il maire Traditi propose all'imperatore di trasformare in teatro tale magazzino, questi temendo di offendere il sentimento religioso dei suoi sudditi, rimase perplesso. Rassicurato in proposito dalle autorità civili ed ecclesiastiche diede l'ordine di iniziare i lavori.
Nacque così il Teatro dei Fortunati. I cittadini maggiorenti furono invitati a quotarsi per la costruzione del teatro ed in conseguenza divenivano proprietari di un palco. I palchi in tutto erano sessantacinque. Vi furono alcune liti paesane dato che, a voler fare parte della costituenda Accademia dei Fortunati, era un discreto numero di cittadini. Alla nuova istituzione fu dato quale distintivo un gallo.
Non era brutto il teatro di via del Carmine: aveva un quadruplo ordine di palchi e una grande pomposa loggia imperiale nel centro del secondo ordine di palchi. Velluto rosso, damaschi cremisi, fregi dorati erano le caratteristiche dell'intero ambiente. Di particolare pregio il sipario, dipinto dallo stesso pittore che aveva eseguito gli affreschi di San Martino, tale Paolo Ravelli giunto all'isola al seguito di Napoleone.
All'intensa attività che abbiamo cercato di descrivere, un certo relax, come oggi suol dirsi, l'imperatore lo trovava quasi ogni pomeriggio, sul tardi verso l'imbrunire, quando scendeva a piedi la scalinata della Misericordia, percorreva la via del Buon Gusto, così chiamata perchè vi era un caffè di tale nome (oggi via Garibaldi) e, uscito dalla porta a mare, faceva una passeggiata intorno alla città.
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In queste promenades vespertine era quasi sempre accompagnato dal generale Dalesme (fino a che rimase all'Elba) o dal generale Bertrand.
Cediamo ora, a proposito delle passeggiate dell'imperatore, la parola al, come al solito, bene informato Pons de l'Hérault: « La passeggiata a piedi nella grande strada che circonda il golfo di Portoferraio, era di solito l'appuntamento con gli stranieri che non gli erano stati presentati in precedenza, degli Elbani che volevano vederlo e di tutte le persone desiderose di parlargli. L'imperatore si fermava facilmente, chiacchierava e ascoltava volentieri e non era che in qualche momento di inquietudine che non si prestava ai desideri delle persone che lo attendevano. Non gli piacevano gli individui che, secondo una sua espressione, viennent de suit vous manger dans la main e con questi individui prendeva un'aria di superiorità la quale aveva il potere di intimidire tutti. Gli piacevano invece le persone che parlavano liberamente di cose di cui erano a conoscenza e non cercava mai di interrompere i loro discorsi. Aveva delle attenzioni particolari per non mettere in stato di disagio coloro che si turbavano nel rivolgergli la parola. Quando sentiva in una conversazione di non ignorare gli argomenti ed averne anzi la superiorità, non nascondeva la sua soddisfazione ».
Nuova parentesi nella cronaca per riprendere il discorso sul teatro di Portoferraio.
Partito l'imperatore l'Accademia dei Fortunati prese il nuovo nome di Vigilanti. Nome che passò al teatro che ancora esiste. Nel corso degli anni ha subìto varie trasformazioni e adattamenti, fino a divenire poco prima della seconda guerra, addirittura un cinematografo.
Oggi il vecchio teatro è un locale in abbandono. Non mancano però coloro che ne vorrebbero il ripristino, poiché il suo aspetto, nelle grandi linee, è sempre quello del 1814,
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allo scopo che potesse servire, oltre che di storico richiamo agli effetti turistici, come sala di convegni, proiezioni, conferenze, ecc.
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CAPITOLO VIII

LA MAMMA

Nelle vicende napoleoniche elbane si inseriscono, a un certo momento, tre figure di donne particolarmente care, per diversi motivi, al grande esule: la mamma, la sorella principessa Paolina Borghese e Maria Walewska, l'amante polacca.
Verso la fine di luglio giunse all'Elba la notizia del prossimo arrivo di Madame Mère la quale da tempo si trovava a Roma presso il fratello, cardinale Fesch
Per questo viaggio erano stati tracciati alcuni itinerari, tutti discussi e vagliati a lungo. Alla fine prevalse il consiglio di Campbell di far giungere la signora a Livorno, con le carrozze, sotto buona scorta e quindi con una nave inglese dirigersi a Portoferraio. L'astuto colonnello non perdeva occasione di seguire ogni mossa dell'imperatore e del suo seguito. Non è infatti da escludere che il suo interessamento, per far giungere sana e salva Madame Letizia all'isola, non fosse senza scopo. Campbell pensava, e non era il solo, che l'anziana signora celasse l'incarico di qualche missione segreta.
L'attaccamento affettuoso di Napoleone per tutti i suoi familiari, ai quali donò troni e corone, era noto e altrettanto noti erano gli stretti legami fra il figlio e la madre. « A mia madre, ai suoi buoni principi sono debitore della mia fortuna. Non esito ad affermare che l'avvenire di un fanciullo dipende dalla madre ». Queste parole, scritte dallo stesso imperatore, sono una prova del suo grande amore filiale.
Nel tardo pomeriggio del 2 agosto, la corvetta inglese Grasshopper era nella rada di Portoferraio.
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Fedeli al nostro impegno di far parlare, sugli avvenimenti di quei celebri giorni, testimoni oculari, riportiamo dal volume Mémoires di Marchand la descrizione dell'arrivo di Madama Letizia: « L'imperatore si trovava da un paio di settimane all'eremo della Madonna del Monte, allorché il 2 agosto, mentre pranzava, giunse la notizia che Madama era a Portoferraio. Si alzò subito da tavola: per arrivare più presto accanto alla madre scese alla Marina di Marciana e si imbarcò sul suo canotto dove presi posto anch'io, mentre il servizio si recava a Portoferraio per la via di terra. Il mare era agitato e nondimeno arrivammo a Portoferraio nel momento che vi sbarcava Madama. L'imperatore l'abbracciò varie volte, la baciò asciugando così le lacrime che sfuggivano dagli occhi materni. Quante cose erano avvenute dalla loro separazione! ».
Dopo il Marchand, altra persona di fede (e l'accorto lettore avrà capito in quale considerazione sia da noi tenuto il Pons de l'Hérault) ci racconta, avendovi assistito, lo stesso avvenimento: « Ci si immagini un entusiasmo paragonabile solo a quello della giovinezza, ritrovandosi in presenza di una persona adorata, dopo una lunga separazione dalla stessa, e si avrà un'idea della grande felicità che questo lieto incontro fece provare all'imperatore. Lui così calmo di solito, lui che non faceva vedere dal suo volto l'emozione del suo cuore, ora non taceva, non nascondeva più niente.
Avvenne lo sbarco di Madame Mère. Tutti erano profondamente commossi dall'amor filiale così apertamente dimostrato da Napoleone. Questi sembrava si fosse trasformato nell'angelo custode vigilante sull'essere prediletto: rispetto, devozione venivano espressi nelle attenzioni rivolte dall'imperatore a sua madre. Gli inglesi della Grasshopper non credevano ai loro occhi. Le loro acclamazioni erano incessanti. Sembrava che si chiedessero se questo era vera-
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mente l'uomo descritto dal governo inglese di un carattere dalla durezza spietata, ferrea, crudele ».
Per quanto già avanti con gli anni — quando raggiunse il figlio all'Elba Madame Mère aveva 64 anni — l'aspetto della signora era ancora imponente. I suoi lineamenti, pure sconvolti nella gioia dell'incontro, erano un misto di dolcezza e di austerità. Leggermente curva si distingueva dalle altre donne per la sua altezza: un metro e settanta. Aveva delle mani stupende: vestiva con sobrietà e come la sua età richiedeva.
La prima notte madre e figlio furono sotto lo stesso tetto alla villa dei Mulini. La mattina dopo Madama Letizia prendeva possesso dell'abitazione preparata per lei in via Ferrandini.
« La signora », come era comunemente chiamata dai portoferraiesi, fece presto a prendere aspetti e caratteristiche locali, rivelandosi una brava padrona di casa.
Due signore di distinte famiglie elbane furono nominate da Madame Mère sue dame d'onore. Erano Rosa Mellini e Anna Traditi. (La signora Mellini rimase vicino a Madama Letizia fino alla morte della stessa, nel 1836). La bontà non faceva certo difetto all'augusta ospite dell'Elba e la dimostrò fin dai primi giorni del suo arrivo, dedicandosi alla beneficenza e riservando particolari attenzioni ai bambini abbandonati. Non era donna di molte parole e a coloro che le chiedevano come si trovava all'isola, rispondeva che vicino a suo figlio stava bene dovunque. Del resto è noto come Madama Letizia sapesse affrontare, con serenità e coraggio, le vicende della vita nelle quali si trovava coinvolta. Dalla storia della Corsica si apprende che, nel 1766, prese parte attiva all'insurrezione dell'isola incoraggiando i soldati, curando i feriti, lottando come una vera amazzone.
La vita di Madame Mère si svolgeva a Portoferraio fra l'abitazione di Via Ferrandini e la residenza dell'imperatore. Essa seguiva il figlio passo passo si può dire; viveva mode-
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stamente, ma non senza una certa dignità come la sua parte di madre dell'imperatore le imponeva.
Nella casa dove la signora abitò si legge ancora la seguente epigrafe: MDCCCXXXVI - Giorgio Manganaro divenuto possessore di questa casa - fa sapere ai posteri che nel MDCCCXIV - fu albergo di Letizia Buonaparte e con lei il più della giornata qui stava - Napoleone ».
Il Manganaro era stato ufficiale napoleonico.
A Marciana, dove Madama Letizia soggiornò per un breve periodo, e sempre sulle orme del figlio, nella facciata della casa dove ella abitò, è posta altra lapide a ricordo dell'avvenimento.

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CAPITOLO IX

LA SORELLA
« Paolina, leggiadra e astuta, non indugia: essa è sempre stata la più ardente ed è stata furba abbastanza per preferire alle incerte corone, diamanti autentici e autentiche notti d'amore. Ora viene nell'isola dell'esiliato, per distrarre, insieme alla madre, l'imperatore e gli porta un mucchio di pettegolezzi e di novità ». Le parole del Ludwig, che abbiamo riportato dal suo Napoleone danno, in sintesi, un perfetto ritratto della principessa e dei suoi rapporti con l'Elba.
La V enus moderna come Paolina fu definita dal Canova, che ne scolpì in varie statue le splendide forme, giunse una prima volta a Portoferraio proveniente da Livorno con la nave napoleonica Letizia, il primo giugno. Le accoglienze alla prediletta sorella del sovrano furono calorose. Gli Elbani non si stancavano di applaudire con frenesia la bella signora.
Paolina ripartì il giorno dopo promettendo di tornare presto e, pare, incaricata dal fratello di una missione importante e segreta, presso Murat loro cognato e re di Napoli.
Alla fine di ottobre la fregata Incostant era inviata da Napoleone a Civitavecchia. Vi prendeva imbarco la principessa Borghese che giungeva quindi all'Elba il pomeriggio del 31 ottobre, per restarvi fino al 2 marzo del 1815. Si trattò dunque di un soggiorno di quattro mesi, pieni di attività mondana da parte della bella ospite, una attività che gli storici non escludono potesse anche nascondere mene, intrighi e preparativi al ritorno dell'esule in Francia.
La salute della principessa Borghese, era da tempo piuttosto malferma. Infatti nella sua prima visita all'Elba, l'imperatore la trovò meno bella del solito e la stessa Paolina
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addusse, quale motivo del suo precipitoso rientro in continente, la necessità di recarsi a respirare l'aria balsamica di Napoli. Al suo ritorno all'isola in quella fine di ottobre « non era molto migliorata dei suoi incomodi di salute —scrisse il Ninci — ma in breve tempo riacquistò una salute forte e robusta. Così diede modo a quei di Portoferraio di goderne di più spesso l'amabile presenza e di esserne onorati ancora nelle loro scelte riunioni ». « Paolina era acclamata — è sempre il Ninci che scrive — per la sua amabilità e i cortigiani dicevano che la sua presenza e le sue maniere, influivano a rendere Napoleone più trattabile ». E ben disse il Gruyer — altro studioso di quel memorabile periodo — che Paolina aveva portato a suo fratello la sua carezzante tenerezza e il suo chiaro lucente sorriso.
Le stanze della Villa dei Mulini, già preparate per accogliere l'imperatrice Maria Luisa, ospitarono, fin dal suo arrivo, Paolina. La principessa era abituata a ben altri ambienti che non quelli della modesta residenza portoferraiese del suo grande fratello. Vi si adattò tuttavia con grazia, chiedendo solo una vasca da bagno che' a lei piaceva immergersi nel latte.
Una delle prime cose fatte da Paolina fu quella di scegliersi tre damigelle d'onore: tre fiori di ragazze, hanno affermato testimoni oculari. Tali donne non erano di origine elbana. Forse non si volle offendere, scegliendone una piuttosto che un'altra, nessun elemento locale.
In mezzo a questi splendidi... fiori, primeggiava la bellezza di Paulette. Una contessa francese che fu a Portoferraio verso la fine del 1814, così la descriveva in una lettera a un'amica: « Ella aveva una chioma meravigliosa di color castano tendente al bruno. Era piuttosto grande, proporzionatissima di forme. Snella nella vita, elegante il collo, il seno perfetto, regolare il profilo. Aveva i denti belli e la carnagione pallida, ma di un pallore senza trasparenze da malaticcia. Le mani erano divine e piccolissimi i piedi ».
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Per una donna di 34 anni, tanti ne aveva Paolina quando era ospite dell'Elba, ci sembra che vi fosse davvero da restare ammirati.
Con l'arrivo della « regina dei ninnoli » come sorridendo l'imperatore chiamava la sorella, molte abitudini cambiarono nella vita dell'ospite augusto, del suo seguito e dell' intera città. Ebbero fine le serate nelle quali Napoleone, i generali e i notabili della piccola corte, seduti a un lungo tavolo, ascoltavano Drouot leggere la Bibbia. Iniziava il ciclo delle partite a carte ed è risaputo che all'imperatore non piaceva perdere . . .
Era il periodo delle feste danzanti nel salone adiacente alla casa napoleonica e al teatro dei Fortunati. Arrivarono i « comici », così gli attori erano a quei tempi definiti, e si ebbero rappresentazioni di commedie varie, alle quali l'imperatore assisteva, si e no, fino a metà.
Questa attività mondana che si svolgeva sotto la regia di Paolina, aveva degli intermezzi: la bella donna riceveva spesso visite di forestieri e lunghe erano le chiacchierate con tali ospiti. Molte volte poi gli stessi, muniti di borse e di cartelle, venivano introdotti negli appartamenti imperiali.
Alla principessa davano fastidio i gatti che — specie nelle notti di gennaio — miagolavano d'amore nel giardino e sui tetti del fabbricato. E le zanzare. A quei tempi ve ne dovevano essere tante. A parte questi due inconvenienti ella era sempre pronta a dichiarare a chicchessia che a Portoferraio si trovava molto bene e non perdeva occasione di fare sviolinate all'intera isola da lei sovente percorsa, in lungo e in largo, a cavallo. Le piacevano le mascherature: anche grandi e grossi ufficiali della Guardia, erano costretti a tramutarsi magari in floride balie.
Memorabile è rimasta la grande festa da ballo della vigilia della partenza, per il ritorno in Francia, dell'imperatore. La principessa indossava un abito da contadinella,
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bianco-rosso come la bandiera napoleonica elbana. La sua grazia, il suo brio affascinante, conquistarono tutti compreso Napoleone che volle ballare con la sorella una contraddanza. Perfino il rustico Bertrand che non aveva mai ballato in vita sua, fu costretto, dalla scatenata Paolina, ad un giro di valzer.
Su questa vita brillante doveva calare definitivamente il sipario la sera dopo.
Quale dimostrazione delle tracce lasciate dal soggiorno elbano nell'animo della sorella dell'imperatore, riportiamo la parte del suo testamento riguardante cose e persone dell'isola. (Paolina morì a Firenze nel giugno del 1825 all'età di 45 anni). « Lascio e lego la villa di San Martino a mio nipote figlio dell'imperatore. (Conferma che la residenza di campagna era stata acquistata col ricavato della vendita dei gioielli della principessa). Lascio alla signora Rosa Mellini uno shall e un piccolo bijou; lascio a Sisco di Portoferraio una pendule del mio casino di Viareggio; lascio a Filidor di Portoferraio, duegento scudi romani per una sola volta; lascio e lego a Madama Traditi di Portoferraio i miei braccialetti rappresentanti il costume di Napoli e di Roma ».
Un profilo della bella sorella di Napoleone che ci sembra meritevole di essere segnalato è quello dello scrittore americano Stacton nel suo libro I Bonaparte: « Paolina era viziata, vanitosa, tirannica, stravagante, volgare, capricciosa e nevrastenica, ma tutti la perdonavano: infatti era anche leale, generosa e vivace. Basta farla entrare in una qualsiasi opera di quel periodo storico ed ecco che subito quella prosa acquista vita ».

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CAPITOLO X

L'AMANTE


Dovendo introdurre nella nostra cronaca retrospettiva la terza donna venuta all'Elba per Napoleone, bisognerà fare un passo indietro nell'ordine cronologico degli avvenimenti del 1814. Infatti abbiamo detto di Paolina, la quale giunse a Portoferraio il 31 ottobre, mentre la signora, la cui vicenda merita un'ampia descrizione, era all'isola il 1° settembre dello stesso anno.
Si tratta della contessa Maria Walewska, l'amante polacca dell'imperatore, venuta a raggiungerlo all'Elba salendo fino all'eremo della Madonna del Monte.
La storia d'amore di Napoleone e della dolce Maria, è ormai inserita, in modo indelebile, nel libro delle celebri passioni del secolo scorso. I fatti sono noti: il primo gennaio del 1807, l'imperatore alla testa delle sue truppe giungeva a Blonie, piccolo villaggio alle porte di Varsavia. La Polonia era stata cancellata come entità nazionale; tre grossi imperi se ne erano divise le spoglie. I Polacchi mal sopportavano la schiavitù e l'oppressione alla quale erano sottomessi.
Di questo stato di cose si fece interprete una giovane e bella signora che, fendendo la folla acclamante, giunse a pochi passi dalla berlina dove si trovava Napoleone: « Sire è la Polonia che vi riceve. Siate il nostro salvatore » gridò scandendo le sillabe in lingua francese. Bertrand ed altri ufficiali della Guardia, cercavano di allontanare l'intraprendente polacca, ma l'imperatore al quale non era sfuggita la fresca avvenenza della donna, fece cenno di lasciarla avvicinare e, tolto un mazzo di rose dai fiori che adornavano la carrozza, lo donò alla bella giovane.
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Il giorno dopo Napoleone entrato in Varsavia, disponeva affinché i suoi fidi Drouot e Bertrand ricercassero la signora che lo aveva pregato di liberare la Polonia. Il compito degli alti ufficiali arrivò presto a conclusione: la incognita era la contessa Maria Walewska sposata ad un conte, un uomo di settant'anni, una delle persone più importanti della città e dell'intera Polonia.
La signora però declinava ogni invito: non intendeva recarsi da Napoleone e ben nota era la sua fedeltà al marito.
La cotta, per usare la parola adatta, presa dall'imperatore per la bella contessa, non tardò a manifestarsi sotto forma di invii di grandi mazzi di fiori, di appassionati biglietti d'amore, di inviti ripetuti ed insistenti.
Le principali autorità polacche pregavano la giovane donna di sacrificarsi, di esaudire le richieste dell'imperatore. Perfino il marito, il vecchio conte Walewski, cercava di convincere sua moglie a recarsi da Napoleone. Era la salvezza della loro patria che tutte queste persone vedevano
ormai nelle grazie della bella Maria. Questa però si chiudeva sempre più nel suo guscio, difendendo la sua onestà, la fedeltà giurata al marito.
Intanto le pressioni divenivano più intense, l'imperatore supplicava, ordinava, minacciava, voleva e alla fine avvenne... quello che doveva avvenire.
Ebbe così inizio un grande amore, la giovane polacca era ormai affascinata dall'uomo che l'aveva voluta di forza e sempre più timidi erano i suoi tentativi, rivolti al potente amante, perchè saldasse il conto liberando la Polonia.
Il legame fra i due amanti fu presto completato dalla nascita di un figlio. La contessa seguì Napoleone fino a Parigi e abitò in un lussuoso quartiere. Dopo la caduta corse a Fontainebleau, nella notte del 20 aprile, ma Napoleone non la volle ricevere e la poveretta passò la notte a piangere davanti alla porta della camera imperiale.
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« A 627 metri sul livello del mare, sotto la cima del Monte Giove, comune di Marciana, si eleva il Santuario della Madonna del Monte, il più importante e antico dell'Elba. La natura lo ha circondato di rare bellezze: panorami stupendi, cale e golfi sottostanti; veduta del Capo Corso, dell'isola di Capraia e Gorgona, del promontorio di Piombino e del vicino litorale toscano; un secolare castagneto; una rara vegetazione di piante aromatiche; un'abbondante freschissima sorgente e massi granitici ed enormi ».
La descrizione del Santuario marcianese da noi riportata è dovuta al sacerdote Enrico Lombardi, noto erudito della storia religiosa dell'isola.
In questa splendida località l'imperatore aveva piantato, nel mese di agosto, la sua tenda da campo e trasportato il quartier generale. Perfino Madame Mère lo aveva seguito prendendo alloggio in una casa di Marciana. Di lassù la Corsica è più vicina. Dai granitici massi della zona Napoleone rivolgeva lo sguardo verso la sua terra natale e gli sembrava di sentirne gli effluvi e di poter raggiungerla facilmente.
Il 27 agosto giunse all'eremo della Madonna del Monte l'annunzio dell'imminente arrivo di Maria Walewska. Questa era partita da Firenze dove si trovava da alcuni mesi, per Livorno e col brick « Abeille » doveva raggiungere l'isola.
L'imperatore divenne irrequieto, impaziente. Scrutava col cannocchiale l'orizzonte, faceva calcoli di quanto tempo fosse necessario al bastimento per approdare a Portoferraio.
Finalmente il 1° settembre fu notato un brick che, con tutte le vele al vento si dirigeva verso le coste elbane. Subito Napoleone spedì una carrozza a San Giovanni, località di Portoferraio prescelta per un arrivo che doveva restar segreto. Sulla vettura, alla quale erano attaccati quattro cavalli, avevano preso posto Bertrand e Bernotti un elbano, questi, ufficiale di ordinanza dell'imperatore. Il mistero che
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doveva avvolgere l'arrivo della contessa polacca era dovuto al fatto che l'imperatore aspettava, da un giorno all'altro, la moglie e il figlio. Temeva quindi che Maria Luisa venendo a sapere che la Walewska era all'Elba rinunziasse alla progettata riunione col marito.
Napoleone andò incontro alla viaggiatrice scendendo quasi a Marciana Marina. L'abbraccio con la contessa e col piccolo Alessandro ricoperto di baci dal grande babbo fu —hanno detto coloro che erano presenti — veramente commovente.
Il viaggio proseguì nella notte ed il percorso era illuminato dalle fiaccole. Fra gli annosi castagni, nella pace e nella quiete della stupenda zona marcianese, Napoleone con la Waleska accanto e il figlio sulle braccia, sembrava un altro, era raggiante di felicità e non si stancava di far parlare il bambino. La visita della giovane amante fu, però, di breve durata: cinquanta ore circa. L'imperatore appreso che a Portoferraio, convinti che fossero arrivati l'imperatrice e il re di Roma, preparavano solenni festeggiamenti, comprese che non era possibile mantenere il segreto e, col pensiero sempre fisso a coloro che mai dovevano raggiungerlo, ordinò un precipitoso ritorno degli ospiti in continente. Facevano parte della comitiva anche il fratello e la sorella della contessa.
Gli storici hanno narrato, tutti concordi, che prima di lasciare l'Elba la bionda Maria voleva dare all'imperatore i suoi gioielli e questi categoricamente rifiutò la generosa offerta. Assurda perciò l'ipotesi che abbiamo inteso affacciare di recente che la signora fosse venuta all'Elba per spillare del denaro al suo illustre amante e per richiedere il mantenimento del figlio.
La sera del 3 settembre Maria Walewska e i suoi congiunti scesero a Marciana Marina dove avvenne il distacco da Napoleone. Era una sera di tempesta: il mare faceva paura. L'« Abeille » si era spostato dato il cattivo tempo
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nel più sicuro approdo di Longone, dove la comitiva giunse via terra. Il viaggio era poco consigliabile: il mare aumentava, come dicono i marinai, leva leva... Tutti sconsigliavano la partenza. La contessa tenne duro: l'imperatore aveva ordinato, bisognava obbedire. E l'« Abeille » prese il largo.
Alla Madonna del Monte Napoleone era molto preoccupato; dall'osservatorio montano vedeva la situazione in mare sempre più brutta. Ebbe paura; tremò per la vita di Maria e del piccolo Alessandro e spedì di gran carriera un suo ufficiale d'ordinanza a Longone per sospendere la partenza del modesto bastimento. Pare che l'inviato si fermasse, causa il temporale, a metà strada; secondo altri che arrivasse a Longone quando ormai la piccola nave era in alto mare.. Era dunque concluso il patetico intermezzo campestre nell'esilio elbano dell'imperatore, il breve idillio fra i castagni. Sull'avvenimento così si esprime il Ludwig, nel volume già citato, con appropriate parole: « Non sembra di udire le voci remote di un'antica saga? ». « Mille anni or sono viveva un grande imperatore, tradito e bandito, su una piccola isola, ma da un remoto paese una bella dama dolente trovò la via per giungere a lui e recargli suo figlio ».
Napoleone nei giorni che seguirono la burrascosa partenza, fu inquieto, nervoso e preoccupatissimo: respirò quando, sei giorni dopo, gli fu comunicato che madre e figlio erano arrivati senza guai in continente.
A proposito della famosa partenza abbiamo letto di recente, in una nuova e completa opera francese, una versione del tutto infondata. Racconta lo scrittore che « l'imperatore galoppò per trentasei chilometri sotto la pioggia torrenziale, ma giunse a Portolongone quando la piccola nave era ormai lontana ».

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CAPITOLO XI

TIMORI, SOSPETTI E SPIE


Si potrebbe anche dire che l'attività turistica dell'Elba ebbe inizio con Napoleone. Infatti, nonostante le difficoltà nelle comunicazioni marittime di quei tempi, molti erano coloro, italiani e stranieri, che giungevano all'isola per vedere « l'orco corso » o « il superuomo », secondo i propri convincimenti.
Tale movimento non tranquillizzava molto l'imperatore il quale, fin dal suo arrivo, temette di essere ucciso per ordine delle grandi potenze. Prese quindi delle precauzioni come quella di essere sempre servito dallo stesso cameriere, il Marchand, che controllava ogni cibo preparato per l'imperatore, di aver sempre vicino, specie quando usciva a piedi, robusti elementi della Guardia, di far tenere sempre d'occhio chi era ammesso alla sua presenza.
Questi timori si dimostrarono del tutto infondati anche se si racconta, ma non è provato, che a San Martino fu sorpreso un tizio in atteggiamento sospetto e gli si fece confessare che aveva l'incarico di uccidere Napoleone.
Un'altra volta — è Pons che ne dà notizia — mentre l'imperatore passava in rivista la Guardia, col suo sguardo penetrante cui niente sfuggiva, notò fra la folla dei curiosi, uno straniero molto attento a ciò che avveniva e con una palese emozione dipinta sul volto. Non gli piacque. Puntò deciso sullo straniero e con voce tonante gli chiese chi era e che cosa voleva. L'interpellato fu preso dal terrore, perse la facoltà di parlare e balbettò incomprensibili spiegazioni. Più l'uomo si turbava più crescevano i sospetti a suo carico anche nel generale Cambronne. E lo straniero finì per essere condotto fra due soldati, dal generale Bertrand. Il grande
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maresciallo riconobbe nell'arrestato un ex commissario alla guerra già ai suoi ordini. Si trattava di un buon francese, devotissimo all'imperatore, e che essendo stato defenestrato dalla reazione borbonica, era venuto all'Elba in cerca di un impiego. Bertrand gli chiese scusa per l'equivoco e lo assicurò della sua protezione, ma il poveretto aveva avuto una paura tale che non volle intendere ragioni e lasciò l'isola col primo mezzo in partenza.
Più giustificate erano le preoccupazioni di Napoleone riguardo alle spie. E' facilmente comprensibile quanto e come le grandi potenze volessero controllare le attività, i movimenti dell'uomo che aveva dominato mezzo mondo e che, per loro volontà, era relegato nell'isola tirrenica.
Dall'altra parte erano i bonapartisti che cospiravano e nell'ombra tramavano per un ritorno dell'esule in patria.
Quindi gente che andava e veniva, belle donne dalle missioni segrete con un movimento, come abbiamo detto, da turismo avanti-lettera.
La rete di spie era fitta. Napoleone aveva appena messo il piede sull'isola che il comandante militare di Livorno —riporta il Livi, altro studioso dei celebri trecento giorni —così scriveva al governo di Francia: « Abbiamo un cattivo vicino e credo che possa e debba interessare il governo avere esatti e sicuri rapporti di cosa faccia, dica e pensi se fosse possibile ». Ed ecco la risposta da Firenze: « Trovo giusto aver qualcuno presso il vicino ed è male quanto più si indugia ».
Intanto a Livorno agenti travestiti in tutti i modi, avevano il compito di avvicinare i passeggeri che andavano o venivano dall'Elba. Pare che a capo di questi vasti servizi di spionaggio fosse un ex ufficiale napoleonico, córso, nominato appositamente console francese in Livorno. Spie furono messe dal « console » a San Miniato, dove abitavano dei parenti del Bonaparte, a Piombino, a Baratti e persino a Santo Stefano.
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Il centro però di maggiore e più stretta sorveglianza e forte di gente dagli occhi aperti e dagli orecchi ritti, era Portoferraio e non erano trascurati neppure gli altri paesi elbani.
Un personaggio alquanto misterioso che si spacciava per « mercante d'olio » arrivò a Portoferraio verso la fine di maggio. Chi fosse di preciso nessuno è riuscito a saperlo. E' emerso invece in modo chiaro che si trattava di una spia molto abile. « Introdotto nella migliore società elbana da un milanese, certo Litta — ha scritto il Paoli — ricco, stimatissimo ed entusiasta dell'imperatore, fu facile per il "mercante d'olio" attingere notizie e informazioni. Il Litta — è ovvio — non sospettava nemmeno lontanamente di quale missione fosse incaricato il suo amico che diceva di vendere l'olio. « Questi — afferma il Paoli — era un frequentatore assiduo del caffè del Buon Gusto; vi attendeva i forestieri, gli ufficiali corsi, francesi e italiani e ne attingeva notizie preziose che, giorno per giorno, quasi ora per ora, affidava a un suo diario che pubblicato dal Pellet e da altri, rimane un modello del genere. I più abili reporters americani e inglesi non avrebbero potuto immaginare nulla di più perfetto e preciso ».
Napoleone era a conoscenza della vasta tela tesa dalle spie? Sapeva che tutto ciò che avveniva alla Villa dei Mulini era noto e... annotato? (Non per nulla il Paoli la definì « La casa di cristallo »). Può darsi di sì, mentre sembra certo che nessuno, l'imperatore compreso, diffidasse del « mercante d'olio ».
Tuttavia le informazioni che giungevano agli interessati erano rassicuranti sulle intenzioni del relegato. Sembra che lo presentassero come un anziano tranquillo signore, rassegnato al suo ruolo di re di una piccola terra tutta lambita dal mare, un sovrano solo dedito a migliorare il suo minuscolo regno.
Lo stesso generale comandante la piazza di Livorno
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che per primo aveva parlato di « un cattivo vicino », riforniva ai suoi superiori tranquillizzanti notizie e « nel timore — scrive il Livi — che le sue informazioni potessero sembrare troppo ottimistiche le convalidava con l'autorità del Campbell affermando: « Abbiamo qui il colonnello Campbell comandante inglese che da Parigi condusse all'Elba il Buonaparte, persona di infinito merito e con cui sono in perfetta relazione. Egli perfettamente meco conviene che non vi è che temere ». Parole che dimostrano come il comandante la piazza di Livorno, oltre ad essere un ingenuo, avesse poca dimestichezza con l'arte di scrivere.
In seguito a tali notizie presto diffuse dai giornali francesi e inglesi, ebbe inizio la serie delle caricature da parte degli scrittori e disegnatori borbonici. Si sbizzarrivano caricaturisti e libellisti a presentare l'imperatore ridotto come uno straccio da non far più paura neppure a un
bambino.
I fatti dovevano dimostrare in seguito che le cose erano ben diverse da come le raccontavano i giornali inglesi e
francesi.
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CAPITOLO XII

LA « VOLPE MAESTRA »: CAMPBELL

La definizione « maitre renard » è del solito impagabile Pons il quale, nel suo citatissimo libro, ci parla del carceriere colonnello sir Neil Campbell cominciando dal ritratto fisico: « Già ferito alla testa nascondeva la cicatrice con una benda messa in modo sapiente; l'occhio duro e penetrante, l'orecchio teso, i lineamenti mobili, il sorriso fittizio, non parlava che per far parlare: questo era il colonnello Campbell. Il suo insieme presentava il prototipo del tipo britannico ».
La parte che l'ufficiale inglese ebbe nella vicenda napoleonica elbana, fu di primaria importanza; ci sembra perciò logico dedicare alcune pagine al singolare personaggio.
Col suo « prigioniero » il commissario ebbe rapporti che si possono definire cortesi, anche se i due si spiavano e controllavano a vicenda. L'azione di sorveglianza del Campbell fu intensa nei primi mesi del soggiorno di Napoleone all'Elba, al quale, con un pretesto o con un altro, il colonnello era sempre vicino. Poi, piano piano, fidandosi ormai il baronetto del minuzioso servizio di spionaggio da lui imbastito, con la collaborazione del « console » francese a Livorno, la sorveglianza personale del Campbell venne ad allentarsi e lo stesso signore effettuava frequenti gite nel vicino continente. Pare che avesse delle galanti amicizie femminili, ma non si esclude che la serie dei viaggi rientrasse nel quadro dei contatti con le spie.
Nel suo diario però Campbell, in data 20 settembre, ci dà una spiegazione a proposito della sua ridotta sorveglianza: « Napoleone sembra abbia perduto l'abitudine al lavoro e agli studi sedentari. Egli ha quattro residenze in
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diverse località dell'isola e la sua unica ambizione consiste nel portarvi cambiamenti e miglioramenti. Ma le agitazioni e le indecisioni del suo spirito non gli permettono di mettere nei lavori lo stesso interesse che vi pose al principio. Parecchie ore della giornata le trascorre nella sua camera. La sua salute tuttavia è ottima e non appare depresso. Comincio a credere che sia del tutto rassegnato al suo esilio e che vi si trovi, in un certo qual modo, felice salvo quando nella solitudine si risveglia il ricordo della sua passata grandezza, ricordo reso più amaro dal bisogno di moneta e dal pensiero che si tenga lontano da lui l'imperatrice e il Re di Roma ».
Il Campbell non aveva certo nessuno scopo a scrivere nel suo diario cose diverse da quelle che pensava. Appare perciò chiaro che l'imperatore lo stava proprio battendo nella sua dote principale: la furbizia. Napoleone era un abile commediante e si esibiva in una rappresentazione tesa a dare ad intendere che si adattava a prendere sul serio il suo « regno da operetta ».
Ad un certo momento però il Campbell, forse influenzato dal console francese a Livorno, meno ottimista di lui, ebbe dei dubbi, delle incertezze e qualche vago sospetto di essere giocato. Ma sembra che un certo Cooke, sottosegretario di stato austriaco giunto da Vienna, lo rassicurasse sostenendo che ormai il Bonaparte era completamente dimenticato ed era come se non fosse mai esistito. Tanto è vero che il colonnello, dieci giorni prima che l'aquila riprendesse il volo per la Francia, così scriveva nel suo diario:
«Ero veramente preoccupato della posizione di Napoleone e delle sue inconsistenti apparenze. Ma dopo le osservazioni del signor Cooke cominciai a pensare che osservandolo troppo da vicino, mi ero lasciato andare a esagerare le conseguenze di quanto avevo visto, ritenendo probabile che si preparasse ad andare a raggiungere Murat, per prevenire ogni tentativo di impadronirsi della sua persona ».
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Anche se homme à femmes assai fortunato, con le donne napoleoniche il Campbell non fece breccia. Infatti, a parte Madame Mère che non lo poteva soffrire e glielo aveva fatto capire senza tanti complimenti, neppure Paolina lo voleva vicino. Durante una festa da ballo al teatro dei Fortunati, richiesta dal Campbell per una danza, la principessa gli voltò sdegnosa le belle spalle, stringendosi a un ufficiale della Guardia a lei vicino.
È stato anche detto che il galante colonnello si invaghisse di Maria Walewska allorché la vide all'Elba. Qualcuno ha voluto perfino attribuire alla contessa polacca il compito di aver attirato nella trappola a Firenze, il « carceriere » per agevolare l'evasione del « prigioniero ». Può darsi, ma la cosa non ci sembra molto attendibile.
Il Pons, raccontando una sua vicenda personale col Campbell, ci testimonia quale fosse l'astuzia, non scevra di una buona dose di perfidia, del colonnello inglese.
Allorché si trattò del famoso « braccio di ferro » fra l'imperatore e il Pons, il Campbell lodava apertamente la condotta dell'amministratore delle miniere e non mancava di offrire allo stesso i suoi servigi, cosa che il Pons rifiutava con energia. Infine giunse un giorno a proporgli di rientrare in Francia promettendogli la protezione del governo francese e di quello inglese. « Questi consigli e tali proposte — scrive il Pons — mi fecero fremere; la mia indignazione era al colmo ». Giunse il colonnello a far perfino pressioni alla moglie dell'amministratore perché convincesse il marito ad accettare quello che lui gli proponeva. Alla fine il Pons informò di tutto il Drouot e questi, senza perder tempo, ne parlò all'imperatore.
Napoleone volle apprendere i fatti dallo stesso Pons e alla fine del rapporto esclamò: « E' proprio inglese ». Proseguì poi dicendo che il Campbell non voleva offendere il Pons, ma faceva il suo mestiere. Invitava quindi l'amministratore a continuare ad ascoltare e... a riferire. « Ma
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il gabinetto di Saint James — si legge nel citato libro —non aveva scelto uno sciocco per sorvegliare l'imperatore. Campbell era una volpe maestra: le risposte chiare e decise di mia moglie, le mie visite al palazzo imperiale, distrussero le sue speranze, lo fecero rinunciare a quei progetti ».
Facciamo seguire alla cronaca della convivenza elbana di Napoleone col colonnello inglese, alcune considerazioni semplici e logiche. Si è detto e si è scritto che il Campbell, quale « volpe maestra » non poteva essersi fatto giocare in modo così clamoroso (la partenza dell'esule) e di conseguenza era stato al gioco e, d'accordo col suo governo, aveva addirittura favorito l'evasione.
Studi recenti e passati sostengono che il colonnello non era quel campione di furberia che il Pons ed altri hanno detto. I suoi rapporti ai superiori e il suo diario confermano e convalidano l'asserzione.
Inoltre è stato fatto giustamente osservare che l'Inghilterra non aveva nessuna convenienza ad impegnarsi in nuove battaglie. Del resto lo stesso diario del Campbell, sul famoso arco dei dieci mesi elbani, è una riprova di quanto sia assurda l'ipotesi della fuga... voluta.
Conclusione: se Campbell era una volpe, Napoleone dimostrò di esserlo ancora di più lasciando l'isola senza destare in lui il minimo sospetto.

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CAPITOLO XIII

NAPOLEONE E I PAESI ELBANI


Nessun paese elbano fu ignorato da Napoleone; di ognuno durante le sue ripetute visite, volle conoscere problemi e necessità formulando in seguito progetti ed alcune realizzazioni.
I contatti dell'imperatore col versante riese li conosciamo: la zona del ferro lo attirò fin dal suo arrivo. Le sue gite a Rio Marina, con soste a Rio Elba, si fecero più frequenti dopo l'accomodamento con Pons de l'Hérault.
A quei tempi i due paesi minerari formavano un comune unico. Sindaco era Giovanni Gualandi, un elbano che non era nelle grazie del Pons il quale, nel suo libro, lo definisce « un ciambellano intrigante ». Napoleone quando non vedeva bene l'amministratore delle miniere, in conseguenza della nota faccenda del denaro francese, rivolgeva — ostentandola — la sua attenzione al Gualandi affidandogli anche incarichi importanti.
Le occasioni d'urto fra il maire e l'amministratore non mancavano. Famosa la lite per la farina. Un giorno Napoleone ordinò che, per ragioni di economia, il pane destinato agli operai della miniera fosse impastato con della farina non troppo buona e già rifiutata dai soldati. (Buona in proposito la battuta del Pons: « La bocca di un minatore vale quanto quella di un soldato »). Vani i tentativi dell'amministratore per impedire la cosa certo non bella. Il sindaco obbedì all'ordine imperiale. Dopo le rimostranze del Pons e degli stessi minatori, si giunse a un compromesso: metà farina buona e... metà avariata. Nuovi disturbi viscerali degli operai e questa volta l'ordine di far fare il pane con la farina normale.

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Per restare al dissidio fra i due personaggi dell'epoca napoleonica elbana si può anche pensare che si trattasse delle solite beghe sempre esistite nei paesi piccoli e... grandi. Non parliamo poi fra i cortigiani!
« Fra i vari progetti di Napoleone — riportiamo dal libro del Paoli — rimasti ineseguiti ci fu quello di un porto a Rio Marina che rendesse più sicura quella rada aperta a tutti i venti. Egli ne scrisse al Pons, ma non bastando l'assottigliato tesoro imperiale ad un'opera che avrebbe importato una spesa non lieve, domandò se non fosse possibile costituire una società che si assumesse la costruzione del porto e in compenso prelevasse un diritto su tutti i bastimenti che venissero a ripararvisi.
Il Pons rispose che il progetto era bello, ma che la costituzione di questa società era un sogno irrealizzabile perché a Rio Marina il denaro che si guadagnava veniva investito nell'acquisto e nella riparazione dei bastimenti e a Rio Alto nei terreni.
Non soddisfatto Napoleone volle andare sul luogo. Chiese un'imbarcazione e volle fare lo scandaglio dei punti stabiliti. Scandagliò egli stesso, si immollò come un pesce essendo il mare agitato e poi espose il suo progetto. Si doveva congiungere con un molo la torre coll'isolotto che sorge a pochi metri; dall'isolotto un altro braccio di molo doveva spingersi al largo. Al ponte di legno si doveva sostituire una costruzione in muratura a cui i bastimenti si potessero agevolmente accostare e così fosse resa più facile e più sicura l'imbarcazione del minerale.
Napoleone aveva visto giusto: il molo fra la terra e l'isolotto è stato costruito più tardi ».
L'imperatore raggiunse Longone la mattina del 6 settembre. Per dare l'impressione all'esule che l'Elba fosse molto popolata, buon numero di abitanti degli altri paesi elbani, veniva fatto affluire dove lui si recava. Così avvenne

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anche a Longone e le accoglienze furono, come era avvenuto negli altri comuni, entusiastiche.
Pure in questa nuova visita Napoleone fece rimarcare il suo passaggio dagli ordini che diede affinché si realizzassero importanti lavori. Visitò il forte di Focardo esprimendo delle osservazioni dettate dal suo indiscutibile genio militare. Fu ospitato dal signor Rebuffat, già fornaio, il quale aveva realizzato una grossa fortuna. Rebuffat era un uomo semplice — informa il Pons — ma tutti gli volevano bene perché era buono e generoso.
Accompagnato da Bertrand e da altri personaggi del suo seguito l'imperatore si recò al Santuario di Monserrato costruito nel secolo XVII quando l'Italia era sotto il dominio spagnolo. Il Santuario era sorto per volontà dell'allora governatore dell'Elba Pons y Leon. Distante tre chilometri da Porto Azzurro, il santuario si eleva su un masso granitico e gli fanno corona monti aspri e brulli. Napoleone dopo la visita alla chiesa, sostò oltre un'ora nell'incantevole zona montana, ammirando il paesaggio ed apprezzando e godendo della pace profonda che regnava lassù. Rientrò a Portoferraio nella stessa giornata del 16 settembre, ma nella tarda serata.
I contatti dell'imperatore col comune di Capoliveri ebbero un inizio piuttosto burrascoso e movimentato. Dominava nel paese del vino e del ferro, un parroco, don Bartolini, il sacerdote, sembra, più colto della curia elbana e tipo piuttosto moscardino. Avvenne che avendo la corte imperiale gran bisogno di denaro furono imposte a tutti gli Elbani, in un certo qual modo abbienti, delle tasse, dei balzelli piuttosto pesanti...
Capoliveri, con alla testa il suo parroco, rifiutò in modo energico di gravare i suoi abitanti delle nuove tasse. Napoleone mandò degli emissari per fare opera di persuasione presso i capoliveresi perché aderissero, come gli altri comuni, a quanto richiesto. Poco mancò che gli emissari
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fossero linciati! L'imperatore uscì dai gangheri e inviò sotto Capoliveri un contingente di soldati armati di fucili e cannoni. Il gioco si era fatto pericoloso. Il prete colto, ma anche astuto, comprese che le cose si mettevano male e convinse i suoi parrocchiani sulla necessità di aderire alle richiesta della corte napoleonica. Pochi giorni dopo il sovrano dell'Elba faceva il suo trionfale ingresso a Capoliveri, accolto col solito entusiasmo degli altri comuni, e facendo bella mostra di sè sotto un grande baldacchino dorato e con a lato Don Bartolini.
A conclusione del presente capitolo faremo nostra l'affermazione del Pons e cioè che Napoleone visitò l'Elba in lungo e in largo in maniera da poterla conoscere in ogni dettaglio, nei minimi particolari. Rientrando un giorno a Portoferraio da una di queste visite l'imperatore esclamò: « Conosco la mia isola d'Elba a memoria ». Ed era vero. A Marciana, a Campo, a Poggio, a Sant'Ilario, a San Piero, a Capoliveri aveva tutto esaminato, vagliato e catalogato nella sua ferrea memoria.
Un accenno merita l'interessamento di Napoleone per le cave elbane di granito e di marmo. Fece venire dei cavatori da Carrara per estrarre da una cava di Ortano il marmo che gli serviva per abbellire le sue dimore di San Martino e dei Mulini. Fu richiesto dallo stesso imperatore l'intervento del celebre scultore Bartolini di Firenze. Questi, impossibilitato a venire all'isola, inviò il professor Bargigli ottimo e noto scultore. Furono aperti sotto la direzione del Bargigli, dei laboratori di scultura veri e propri e fra questi uno bene attrezzato a Rio Marina.

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CAPITOLO XIV

ANEDDOTI E LEGGENDE

Anche se il soggiorno di Napoleone all'Elba fu relativamente breve, non mancarono di fiorire aneddoti e leggende vere o... bene inventate.
Fermi nel proposito di far parlare testimoni oculari per il primo aneddoto che riportiamo cediamo la parola al Pons limitandoci a tradurre in riassunto quanto egli ha scritto in proposito: « Prima dell'entrata ufficiale in Portoferraio l'imperatore si fece trasportare dall'altro lato della rada, in una campagna il cui aspetto aveva colpito i suoi sguardi. Si trattava di una fattoria di proprietà della famiglia Senno. Napoleone era accompagnato dal colonnello Vincent, dal comandante dell'Undaunted, Husher, e da altri ufficiali.
Era in quei pressi un ragazzo con un piccolo cavallo. L'Husher volle salire sul cavallo ma, non avendo probabilmente mai cavalcato, finì per terra. Nonostante il... fiasco, regalò al ragazzo una moneta inglese.
Il ragazzo corse a casa ed i suoi congiunti, visto il munifico dono — si trattava di una ghinea d'oro — uscirono incontro agli ospiti gridando: « Viva il re d'Inghilterra » « Sempre il re d'Inghilterra ». L'imperatore rimase perplesso e turbato e incaricò il Vincent di fare una rapida inchiesta. L'equivoco fu presto chiarito: i contadini vista la moneta ritennero Napoleone ed i suoi compagni tutti ufficiali inglesi e il grido era il modo, secondo loro, di ottenere nuove mance. Napoleone rasserenato donò loro alcune monete ».
Fra gli aneddoti sempre più attendibili ci sembra di poter mettere l'incontro dell'imperatore con un autentico
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La pianta deòòa città di Portoferraio all'epoca Napoleonica

pirata del mare, stando alla versione che abbiamo trovato eguale in diverse opere narranti le storiche vicende di quell'epoca.
Una notte, nel settembre, un bastimento barbaresco aveva gettato le ancore nella rada di Portolongone, vicinissimo alla riva. Una certa inquietudine serpeggiava fra i longonesi memori delle feroci scorrerie di un passato non troppo lontano. Questa volta però non c'era niente da temere: il capo ciurma volle ed ottenne la bandiera napoleonica elbana e mentre la faceva salire sull'albero più alto della sua nave, il cannone di bordo sparava a salve in onore di Napoleone. Lo stesso reis manifestò il desiderio di vedere l'imperatore — il Dio in terra — egli diceva.
Apprese tali notizie Napoleone incaricò proprio il Pons di recarsi sulla nave corsara per saggiare gli umori e le vere intenzioni del barbaresco. Ma non vi erano dubbi: il pirata non aveva nessuna intenzione aggressiva desiderava solo di vedere l'imperatore, che trovandosi per caso a Longone, ad una cert'ora indossata la grande uniforme passeggiò sulla riva davanti al bastimento corsaro. Il reis si prosternò più volte fino a terra lanciando grida incomprensibili ma chiaramente entusiastiche. L'imperatore fece portare dei doni sulla nave.
La mattina dopo lo chebec non c'era più: nella notte aveva ripreso il largo. « Questo avvenimento — si legge nel libro del Pons — ebbe grande risonanza per Napoleone e gli Elbani tutti poiché furono liberati dal timore di guerra con le potenze barbaresche ».
Sandro Foresi che della storia elbana, ed in particolare di quella napoleonica, fu appassionato cultore, in un suo libro descrive un incidente occorso alla madre di Napoleone: « Si racconta che un giorno un individuo di « nobile prosapia » decaduto, venuto da lontano per consegnare una lettera di invocazione a Letizia, non visto, scavalcasse il muro di cinta di casa Vantini, dove ella abitava. Appena
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scorse, dietro una finestra a vetri che dava sulla chiostra, delinearsi una figura femminile che a lui parve quella di Madame Mère, lanciò la supplica nella quale aveva involto un sasso perchè giungesse a destino... per espresso.
Il tiro fu mal misurato tanto che il proiettile andò a colpire un vetro mandandolo in frantumi, le cui schegge ferirono leggermente al viso Rosa Mellini (una delle dame di compagnia di Letizia).
Lo spavento fu enorme; si dette l'allarme, si credette a un attentato. L'attentatore umiliato e contrito, fu afferrato dai gendarmi di guardia. Letizia lo fece portare al suo cospetto e lo interrogò. Il suo caso la commosse e diede ordine che lo rimettessero subito in libertà, non solo, ma facendo uno strappo alla regola, lo raccomandò a Napoleone ottenendogli pane e lavoro, cioè quello che egli desiderava ».
Altro episodio degno di essere ricordato è il seguente che riportiamo sempre dal volume del Foresi « L'imperatore era sceso dalla Madonna del Monte galoppando a spron battuto i sentieri impervi di quelle groppate granitiche. Quando fu per giungere alla casa Vadi, dove abitava Letizia, il cavallo inciampava sotto gli occhi dell'augusta genitrice che si trovava alla finestra ad attendere il figlio. Napoleone cadeva stramazzando malamente al suolo. Un grido di dolore e di spavento della madre: l'eco si ripercosse in tutta la vallata. Il cavallo rimaneva come impietrito. L'imperatore non ebbe però bisogno di soccorso. Fu un attimo. Balzò in piedi come una palla di gomma e si gettò al collo di Letizia, che era scesa sulla via, e la baciò e ribaciò come un bambino non saziandosi di chiederle scusa per essere caduto sotto i suoi occhi. Non si era fatto neppure un graffio ».
Un aneddoto soffuso di grazia e di poesia ci sembra quello del veterano di Arcole. Lo riportiamo da una recente pubblicazione dell'Ente Valorizzazione Elba: « Viveva
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a San Piero con Maria, figlia adottiva, un reduce dell'Armata d'Italia, rimasto cieco durante la battaglia d'Arcole, per il quale Napoleone aveva stabilito la promozione a luogotenente « sul campo ». Ma il brevetto non era mai giunto, procurando al soldato una grande amarezza. La ragazza per dare gioia al vecchio genitore con molti sacrifici riuscì ad acquistare a Portoferraio una tunica di tenente ed un brevetto « una carta qualunque » ma che per il povero soldato rappresentarono un omaggio ai suoi meriti, un ritorno alla vita. Napoleone giunto in visita a Marina di Campo, venne a conoscenza del fatto e pensò di andare a visitare il vecchio reduce. La ragazza, preoccupata per ciò che aveva fatto, andò incontro all'imperatore raccontandogli l'accaduto e questi le promise di sciogliere la pietosa menzogna, certo del suo prossimo ritorno in Francia. Ma nel fortunale della breve resurrezione, la memoria del reduce si perdé... ».
In una vecchia pubblicazione elbana si legge un episodio poco noto e assai interessante.
Una sera, poco dopo il suo arrivo, dal giardino della villa dei Mulini, l'imperatore guardava se fosse per giungere il piccolo esercito che gli era stato concesso. Parecchie vele erano in vista e il capitano Husher che era vicino a Napoleone disse che se avesse avuto un buon cannocchiale avrebbe potuto dire se erano le truppe tanto ansiosamente aspettate. « Se non è che questo che chiedete — esclamò l'imperatore — eccone uno, provate ». E trasse di tasca un eccellente cannocchiale di Germania, magnificamente montato in oro su cui erano incise le armi imperiali. « Ohimè Sire — disse il capitano — quelli non sono i bastimenti che aspettiamo ». « Ne siete sicuro? » — replicò Napoleone. « Nessuno potrebbe sbagliare con tale strumento » rispose l'inglese tendendo il cannocchiale all'imperatore. « Non importa capitano — disse ancora Napoleone —
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vi prego di tenere questo cannocchiale come ricordo del vostro soggiorno all'Elba ».
Altre leggende sarebbe facile raccogliere ed aggiungere, come quella, per esempio, dello scherzo fatto dall'imperatore al maresciallo Bertrand facendosi credere scomparso nel mare delle Viste (ed era dietro uno scoglio) o quella della ragazzina di Marciana (ne parla nel suo volumetto Rodriguez Velasco) che ogni mattina saliva alla Madonna del Monte e conversava con Napoleone.
Non ci sembra però che tali aneddoti ed altri del genere possano portare un valido contributo alla conoscenza del soggiorno dell'imperatore all'isola.

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CAPITOLO XV

ELBANI ALLA CORTE NAPOLEONICA

Prima di arrivare alla parte conclusiva di questo nostro lavoro, riteniamo sia utile e doveroso accennare, sia pure brevemente, a quel gruppo di Elbani che fece parte della minuscola corte napoleonica insediata a Portoferraio e a coloro che, in un modo o nell'altro, ebbero rapporti diretti con l'imperatore.
L'elenco di tali persone non è molto lungo e noi riteniamo per non far torti... postumi a nessuno, di accennare ad ognuno dei componenti l'elenco procedendo per ordine alfabetico. Cominceremo quindi da:
ALIETI Gio BATTISTA nato a Portoferraio il 22 marzo 1761. Sposato con Vittoria Traditi. Proprietario. Era una delle prime personalità di Portoferraio. Fu per un certo tempo vicino all'imperatore, ma quando questi scelse i suoi ciambellani all'Alieti preferì il maire di Rio. L'Alieti, dall'opinione pubblica già indicato per l'incarico che abbiamo detto, si ritenne umiliato e offeso fino al punto di decidere di lasciare l'Elba.
BERNOTTO BERNOTTI capitano, di Marciana Marina, ufficiale di ordinanza di Napoleone. La considerazione nella quale era tenuto derivava dalla sua profonda conoscenza dell'Elba e dell'Arcipelago Toscano.
BIGESCHI CANDIDO di Portoferraio, proprietario e commerciante. Fu consigliere comunale e membro del Consiglio Sanitario dell'isola d'Elba. Alla partenza di Napoleone fu nominato membro della Giunta di Governo. Il figlio, avvocato Lorenzo, fu segretario generale dell'intendenza. (Intendente Balbiani).

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FORESI VINCENZO nato a Longone nel 1769, proprietario e commerciante, appartenne alla terza generazione dei Foresi dell'Elba, fornitori dei locali presidi. Il Foresi fu consigliere per gli affari, ma non ricoprì cariche pubbliche perché illetterato. Fece parte della deputazione di isolani che, guidata dal colonnello Mellini, fu al Campo di Maggio (14 maggio) e fu ricevuto alle Tuilleres il 4 giugno 1815. Morì a Portoferraio nel 1860.
GALANTI FRANCESCO di Marciana. Capitano sulla speronara « La Carolina » con le insegne di vascello. Fu un bravo e valoroso uomo di mare e si distinse in diversi scontri con bastimenti corsari. Il figlio Antonio fu primo tenente alle dipendenze del padre e preposto alla successione del comando della « Carolina ». « Brava gente — dice il Pons — padrona del mare e devota all'imperatore ». Francesco Galanti morì a Marciana Marina il 24 agosto 1850 all'età di 86 anni. (Aveva il grado di tenente di fregata).
GASPERI MASSIMO, maire di Longone. Fu ricevuto varie volte da Napoleone e ricoprì incarichi importanti.
GENTILINI MICHELE ARCANGELO (Angelo) e non Giovanni come molti hanno scritto. Nato a Portoferraio, marinaio, fu scelto per il comando della lancia imperiale e seguì l'imperatore al suo ritorno in Francia e all'isola di Sant'Elena. Rimpatriò nel 1822 e si stabilì a Pisa dove aveva un fratello staffiere del granduca Ferdinando. Morì il 25 dicembre 1857.
GUALANDI GIOVANNI maire di Rio. Del Gualandi abbiamo già ampiamente parlato in altra parte del presente lavoro.
LAMBARDI LEOPOLDO notabile elbano, di Portoferraio. Gli furono affidati i lavori stradali e fece parte della deputazione ricevuta a Parigi dall'imperatore.
MANGANARO GIUSEPPE di Portoferraio, tenente del battaglione franco, proprietario della tenuta di San Martino acquistata da Napoleone.

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MANGANARO GIORGIO dottore, figlio del precedente, allievo d'artiglieria. Divenne proprietario della casa dove alloggiò Madame Mère.
MANGANARO GR) BATTISTA di Giuseppe: sempre della distinta famiglia portoferraiese. Fu ufficiale di ordinanza dell'imperatore.
NINCI GIUSEPPE, tenente della guardia nazionale, presidente dell'opera della chiesa, consigliere comunale nominato conservatore della biblioteca donata da Napoleone al comune di Portoferraio. Il Ninci si distinse negli assedi degli anni 1799 - 1801 - 1802. Dire del Ninci è dire della sua « Storia dell'isola dell'Elba ». La prima edizione dell'opera — dedicata a S. M. Napoleone I — fu stampata a Portoferraio nella tipografia Broglia. Ne seguì un'altra edizione stampata alla macchia... (Fuori dall'Elba). Infine nel 1898, il tipografo Perna di Longone ristampava a dispense l'ormai famoso libro.
Il libro ha avuto critiche anche poco benevole. Resta tuttavia un'opera fondamentale per la conoscenza delle antiche vicende dell'Elba e tutti coloro che hanno scritto dell'isola, vi hanno attinto a piene mani. Giuseppe Ninci, dopo la partenza di Napoleone, si trasferì a Pisa (città di origine della sua famiglia) e ottenne dal governo granducale un impiego modestissimo. Morì nel 1841.
NINCI BIANCHINA figlia di Lorenzo, fratello di Giuseppe e commerciante in Livorno. Bella, avvenente ragazza sposò il farmacista capo dell'imperatore, certo Gatti, anziano nei riguardi della giovane. Napoleone firmò il contratto di matrimonio.
PISANI ALESSANDRO: Capitano della Guardia Nazio-
nale di Marina di Campo. Conosceva bene l'isola di Pia-
nosa e su questa informò dettagliatamente l'imperatore.
SENNO PELLEGRINO: Capostipite di una delle famiglie
più ricche dell'Elba. Proprietario di vaste tenute e delle
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tonnare elbane. Il figlio Fortunato fu ufficiale d'ordinanza di Napoleone.
SQUARCI PASQUALE di Portoferraio; medico, direttore dell'ospedale e dell'istituto degli esposti. Il dottor Cristino Lapi consegnò allo Squarci l'archivio ricevuto dal generale Drouot. Conservati per molti anni, gli importanti documenti, furono dispersi dai discendenti con la vendita a privati. La famiglia Squarci era fra le più importanti della città. Alla « Foresiana » è conservato l'abito che una Squarci indossò per partecipare ad una festa da ballo alla Villa dei Mulini.
TADDEI CASTELLI LAllERO, dottore in legge, di Rio. Uomo di cultura illustrò a Napoleone la vicenda di Grassera, il paese distrutto da Ariadeno Barbarossa nel 1534. Donò all'imperatore un libro del figlio Lorenzo, canonico; altro figlio del Castelli, tenente, cadde sul campo in Spagna il 14 agosto 1811.
TRADITI PIETRO di Portoferraio. Ne abbiamo già parlato: era il maire della città che ebbe il compito di ricevere l'eccezionale ospite. Discendente da famiglia aretina patrizia, facoltoso possidente, uomo affabile non scevro della tipica arguzia toscana, entrò presto nelle grazie dell'imperatore che lo volle quale suo ciambellano.
TRADITI ANNA (Aurora) congiunta del sindaco, carnerista di Madame Mère con Rosa Mellini.
VANTINI VINCENZO dottore in legge, procuratore imperiale, ciambellano dell'imperatore. Il figlio Zenone fu ufficiale d'ordinanza di Napoleone e si distinse per il profondo attaccamento al suo sovrano. Anche la famiglia Vantini faceva parte delle famiglie di riguardo di Portoferraio. Proprietà dei Vantini, come abbiamo detto, era la casa dove abitò Madama Letizia. La signorina Enrichetta avrebbe dovuto sposare il maresciallo Drouot, ma la cosa non andò a termine.
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La partenza dall'Elba di Napoleone

Altre persone che ebbero rapporti più o meno importanti con la corte napoleonica sono comprese nell'elenco che segue: Allori, di Portoferraio, custode delle cisterne; Binelli di Rio, ufficiale d'ordinanza; Capecchio di Longone, militare; Ciummei Giuseppe di Portoferraio, sergente; Corsi, fornitore elbano; Murzi di Marciana, deputato di sanità; Perez di Portolongone, ufficiale d'ordinanza, Messina, di Portolongone, capitano; Pisani di Campo, sergente; Sisco A.G. di Portoferraio, armatore; Spinetti, militare, di San Piero.
A chiusura di questo capitolo, di pretta cronaca elbana, poniamo la composizione della Giunta di Governo formata dall'imperatore alla vigilia della sua partenza dall'Elba: Balbiani, intendente; dott. Vantini; maire Traditi, vicario Arrighi; Candido Bigeschi e Pellegrino Senno. Al Gualandi, sindaco di Rio, l'imperatore affidò la direzione delle miniere in sostituzione del Pons che doveva seguirlo in Francia.

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CAPITOLO XVI

LA PARTENZA


André Castelot, uno degli studiosi francesi della storia napoleonica, balzato in primo piano in questi ultimi anni, nel 1965 in occasione del 150° anniversario della partenza di Napoleone dall'Elba, così iniziava un suo articolo sulla rivista « Historia »: « Se il colonnello inglese Campbell, incaricato della sorveglianza di Napoleone all'isola d'Elba, non fosse stato innamorato fino a perdere la testa, sicuramente l'imperiale esiliato non sarebbe arrivato a lasciare son carré de choux (l'orto) di Portoferraio.
Senza dubbio parecchie generazioni di mercanti di stampe non avrebbero fatto fortuna vendendo il leggendario volo di campanile in campanile fino alle torri di Nótre Dame, nè il trattato del 1815 avrebbe strappato alla Francia i territori che gli erano stati lasciati nel 1814 e —soprattutto — il fiume di sangue di Waterloo non sarebbe stato versato ».
Il ritratto che ci ha dato il Pons del Campbell, di un uomo descritto come il prototipo della perfezione britannica, fa dire al Castelot che « questa perfezione, è risaputo, si arresta alle porte dell'amore e allorché un inglese è veramente innamorato, perde la calma, la flemma e la padronanza di sé ».
Abbiamo voluto mettere quale cappello alla descrizione della partenza di Napoleone dall'Elba le parole del Castelot comprovanti, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l'assurdità dell'ipotesi che il Campbell abbandonasse l'isola per rendere facile l'evasione del suo prigioniero.
La sera del 26 febbraio 1815 l'imperatore lasciava l'isola dove aveva regnato per dieci mesi.
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Di proposito abbiamo adoprato la parola "lasciava" perché parlando di fuga, può nascere della confusione su quanto in realtà avvenne. Di recente — per esempio — abbiamo visto proiettato un documentario interamente dedicato al soggiorno di Napoleone all'Elba, realizzato molto bene ad eccezione del finale. Infatti l'imperatore, o meglio una sagoma che lo raffigura, viene calato, nella notte, da una finestra della minuscola reggia!
Come un ladro, dunque! Abbiamo anche appreso che non pochi visitatori della Villa dei Mulini, poiché il documentario ha avuto larga diffusione, chiedono ai conservatori della storica casa di vedere la finestra dalla quale fuggì Napoleone...
L'imperatore partì in pompa magna. Restano le testimonianze degli scrittori presenti all'avvenimento, magnificamente raffigurato nella bellissima opera del pittore Beaume.
Nella notte del 25 febbraio, vigilia dell'audace impresa, si svolgeva un grande ballo nel salone della Villa dei Mulini: regìa di Paolina, intervento del fior fiore della cittadinanza. Rientrava, la festa, nel mascheramento del piano predisposto ormai da tempo da Napoleone.
A nessuno però era sfuggita l'intensa opera di preparazione della partenza. Neppure alle spie. Lo dice chiaramente nel suo diario lo " pseudo mercante d'olio ". Ma Campbell era lontano dall'Elba e le spie non avevano il modo di rientrare in continente — ogni partenza era stata sospesa — e tanto meno vi era il modo di dare comunicazione di quanto avveniva nell'isola.
Nella rada di Portoferraio era riunita la piccola flotta che doveva far vela per la Francia. La componevano il brick « Incostant » (dotato di ventisei cannoni), la feluca Spirito Santo », la goletta « Carolina », l'avviso « Mosca », lo sciabecco « La Stella » e altre minori imbarcazioni.
L'ora dell'inizio delle operazioni finali si avvicinava.

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« Quale penna — dice nel suo libro il Pons — sarà così eloquente da descrivere le emozioni di quella famosa giornata? ». Noi riteniamo che nessuno lo ha fatto e poteva farlo meglio di lui. Ci limiteremo perciò a tradurre, in versione libera, lo storico avvenimento raccontato per i posteri dal Pons de l'Hérault. Con tale versione chiudere. mo la nostra cronaca retrospettiva delle antiche vicende che hanno reso celebre l'isola d'Elba nel mondo e l'hanno inserita, per sempre, nelle pagine della storia.
« Era domenica il 26 febbraio dell'anno 1815. L'orizzonte era disteso, il cielo senza nuvole, un venticello precocemente primaverile, diffondeva nella città il profumo soave delle piante odorifere delle quali il suolo dell'Elba abbonda: tutto annunziava una splendida meravigliosa giornata.
Ognuno aveva abbandonato la propria casa prima del solito. C'era nell'aria quel certo non so che impossibile a definirsi.
Tutte le persone solite ad essere ammesse alle udienze mattutine dell'imperatore, si erano riunite di buon'ora alla villa dei Mulini. Fra queste era anche gente che non aveva il diritto di partecipare alle udienze imperiali. Ma l'etichetta quel giorno era stata accantonata sotto l'influenza del momento.
Apparve l'imperatore: si sarebbe potuto credere che i suoi ospiti fosse la prima volta che lo vedevano... Sua Maestà aveva dormito poco; il suo aspetto non ignorava la fatica. La sua aria era grave, ma calma; la sua parola commossa arrivava all'anima.
In principio Napoleone, seguendo l'uso durante tale sorta di cerimonie, iniziò ponendo delle domande oziose, ma tutto ad un tratto lasciandosi trasportare dall'emozione alla quale era in preda, annunziò la sua partenza.
Nel salone imperiale non era caduto nessun fulmine:
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ad ognuno però sembrava di averne sentito il rumore cupo e prolungato. Lo stupore era profondo.
L'imperatore rientrò nei suoi appartamenti; la riunione si sciolse, ben presto un grido risuonò per la città: « L'imperatore se ne va ». Ma dove andava, dove si dirigeva? Sua Maestà aveva coperto il suo itinerario di un velo misterioso. E ognuno voleva dir la sua, fiorivano supposizioni e ipotesi. Sbalordiva il fatto che un'armata composta da 673 uomini osasse andare incontro a tutti gli eserciti d'Europa.
Portoferraio offriva allora un quadro, un colpo d'occhio quale l'immaginazione più fervida non potrebbe farsene un'idea.
Cominciarono gli addii. Tutti gli ufficiali e i funzionari di Napoleone si recarono a rendere omaggio ed a congedarsi da Madame Mère e dalla principessa Paolina. Madama Letizia era perfetta nella sua nobile rassegnazione. Alle pressanti raccomandazioni di Paolina in favore del suo augusto fratello si commossero anche i più fieri soldati.
Il movimento era generale. L'imbarco delle truppe, delle armi, dei cavalli, delle munizioni, delle provviste di viveri, tutto si svolgeva con la massima celerità e l'obbedienza che preveniva gli ordini.
Via via che le ore passavano Portoferraio prendeva un aspetto doloroso; facile a immaginarsi: l'imperatore partiva; i giovani delle migliori famiglie elbane si imbarcavano con lui. I padri, le madri, i parenti, gli amici: vi era una parte per ognuno nella spedizione che stava per avvenire. L'emozione, la commozione, tutti i sentimenti dell'anima erano visibili, si leggevano su tutti i volti, negli occhi di ognuno.
Lo stoicismo non era possibile; anche le nature più fredde venivano contagiate dalla commozione generale. Non si piangeva, ma neppure si rideva. Non c'era né pena né piacere, né gioia né dolore, né timori né speranze.
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Ad una cert'ora le strade erano invase dal popolo. Ogni partente doveva fendere la folla, farsi largo con forza, per raggiungere il proprio posto di imbarco: ed erano abbracci
e addii commossi che ognuno riceveva.
E' in questo stato di cose che Napoleone lasciò la dimora imperiale per raggiungere il brick Incostant.
Erano le sette della sera. Tutte le abitazioni di Portoferraio erano illuminate: tutti ormai sapevano che « Lui » sarebbe partito di notte. L'imperatore, in vettura scoperta, traversò la città. Aveva a lato il grande maresciallo Bertrand. Sua Maestà si diresse verso il porto dove l'attendeva il canotto dei marinai della Guardia.
Al passaggio di Napoleone gli uomini si toglievano il cappello, le donne si inchinavano, e come se fosse stato preso un accordo preventivo, l'intera popolazione restò qualche minuto in un silenzio profondo.
Bastò una voce: « Addio » e tutti ripeterono addio. Pianse una madre e tutte le mamme piansero. Il silenzio era rotto, tutti si rivolgevano all'imperatore: « Sire, mio figlio vi accompagna ». « Sire, gli Elbani sono vostri figli ».
« Non ci dimenticate ». « Qui tutti vi vogliono bene ».
« Sire, saremo sempre pronti a versare il nostro sangue per voi ».
Anche Napoleone era una persona: comprendeva le altre persone e il linguaggio di queste faceva vibrare il suo cuore. Nessuno era più commosso di lui.
La vettura raggiunse l'imbarcadero. Le autorità vi erano riunite da molte ore. Il maire di Portoferraio voleva rivolgere un saluto al grande partente, ma i singhiozzi glielo impedirono: non riuscì a pronunciare una parola. Sua Maestà era turbato; riuscì tuttavia a dire: « Buoni Elbani, addio! Vi affido mia madre e mia sorella... Addio miei amici; voi siete i prodi della Toscana » e facendo forza su se stesso, si gettò quasi macchinalmente sul canotto.
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Tutte le barche del paese lo seguirono fino alla nave. L'Incostant salpò immediatamente. La flottiglia prese il largo.
Così finì il regno imperiale dell'isola d'Elba.


                                                                    
  FINE
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L'autore del presente lavoro sente il dovere di rivolgere parole di ringraziamento al prof. Giorgio Varanini, al prof. Alfonso Preziosi, allo scrittore Raffaello Brignetti, al cav. Gino Padroni, al bibliotecario Galletti per il loro contributo alla realizzazione dell'opera.
Questo volume è stato stampato nel mese di maggio 1972 dalla Tipografia Stefanoni di Lecco (Como) con sistema tipografico - Tavole fuori testo stampate in offset con impianti della Cliché Arte di Lecco.
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